Matthew Perry, la sua storia e una riflessione: il domani non è detto che ci sia

Il domani non è detto che ci sia: quello che la storia di Matthew Perry mi ha fatto pensare

Stamattina, prima di prepararmi per uscire, ho deciso di guardare la docu-serie dedicata alla vita di Matthew Perry, l’attore che per tanti anni abbiamo conosciuto e amato nei panni di Chandler Bing in Friends. Pensavo semplicemente di dedicarmi alla visione di qualcosa che mi interessava e che, tra l’altro, avevo già deciso di raccontare sul blog. Non immaginavo che, a un certo punto, mi sarei ritrovata davanti a una coincidenza capace di lasciarmi completamente spiazzata.

Mentre seguivo la docu-serie, sullo schermo è comparsa una data: 28 ottobre.

Una data che, negli ultimi giorni, sembra inseguirmi un po’ ovunque. E non è una data qualsiasi per me. Il 28 ottobre è il giorno in cui è nata mia madre, ma è anche il giorno in cui è morta. Una ricorrenza che porta con sé due momenti fondamentali della sua vita e, inevitabilmente, della mia. Vederla comparire proprio in quel momento, mentre ero immersa in una storia che già mi stava colpendo profondamente, mi ha destabilizzata. Non so spiegare esattamente cosa abbia provato, ma so che mi sono fermata a guardare quella scritta con una sensazione difficile da mettere in ordine.

Forse è anche per questo che quello che sto vedendo mi sta arrivando ancora più forte.

La storia di Matthew Perry non è soltanto quella di un attore famoso, di un uomo che ha regalato risate a milioni di persone e che dietro un personaggio così amato nascondeva una sofferenza enorme. È anche una storia che porta a riflettere su quanto sia difficile, a volte, riconoscere il dolore degli altri e soprattutto comprendere quando una richiesta di aiuto non può essere liquidata con leggerezza.

È questo uno degli aspetti che mi colpisce maggiormente.

Non necessariamente perché le persone che gli stavano intorno non gli volessero bene, ma perché, troppo spesso, davanti alla sofferenza altrui tendiamo a minimizzare. Ci convinciamo che forse non sia così grave, che sia soltanto un momento difficile, che la situazione possa migliorare da sola. Rimandiamo, aspettiamo, pensiamo che ci sarà tempo per intervenire, per parlare, per esserci davvero.

Eppure, quando qualcuno manifesta il proprio disagio, quando cerca di far capire che qualcosa non va, dovremmo imparare ad ascoltare senza sottovalutare. Non sempre possiamo risolvere i problemi degli altri, non sempre abbiamo gli strumenti per farlo, ma possiamo certamente evitare di far sentire una persona come se quello che sta vivendo fosse qualcosa di poco importante.

Un altro passaggio che mi fa riflettere è quello delle testimonianze di chi, dopo la morte di Matthew Perry, racconta cosa avrebbe voluto fare diversamente. Quanto avrebbe voluto stargli più vicino, quanto avrebbe voluto accorgersi di più, quanto avrebbe desiderato avere un’altra possibilità.

Ed è proprio qui che mi fermo a pensare.

Perché questa dinamica la ritroviamo continuamente nella vita. Quando qualcuno se ne va, improvvisamente diventiamo consapevoli di tutte le cose che avremmo potuto fare. Le telefonate che avremmo potuto fare, le visite che abbiamo rimandato, le occasioni in cui avremmo potuto fermarci qualche minuto in più ad ascoltare. Ci rendiamo conto di quanto sarebbe stato importante esserci, magari proprio in quel momento in cui pensavamo di avere ancora tutto il tempo del mondo.

Ma perché dobbiamo aspettare che succeda qualcosa di irreparabile per comprendere il valore della presenza?

Perché siamo così bravi a trovare le parole giuste quando ormai non c’è più nessuno a cui rivolgerle?

Non credo che tutto questo significhi dover vivere con il peso di ogni cosa che non siamo riusciti a fare. Non possiamo essere presenti sempre, non possiamo salvare tutti e non possiamo conoscere ogni battaglia che una persona sta combattendo. Ma possiamo imparare a non sottovalutare, a non dare per scontato, a non rimandare continuamente quello che conta davvero.

Possiamo imparare ad ascoltare una persona quando ci dice che sta male, senza pensare automaticamente che esageri. Possiamo tendere una mano senza aspettare che sia lei a doverla chiedere dieci volte. Possiamo ricordarci che dietro un sorriso, una battuta o una giornata apparentemente normale può nascondersi una sofferenza che non siamo in grado di vedere.

E soprattutto possiamo smettere di considerare il domani una certezza.

È una cosa che penso da tanto tempo e che, davanti a storie come quella di Matthew Perry, torna a essere ancora più evidente. Il domani non è detto che ci sia. Non è una frase che pronuncio per essere pessimista, ma perché credo che dovremmo avere maggiore consapevolezza di quanto sia fragile la vita e di quanto siano preziosi i momenti che abbiamo a disposizione.

Non aspettiamo di perdere qualcuno per dirgli quanto è importante. Non aspettiamo che una persona arrivi al limite per prendere sul serio le sue parole. Non aspettiamo di ritrovarci a raccontare quello che avremmo voluto fare, quando magari avremmo ancora la possibilità di farlo.

La docu-serie su Matthew Perry mi sta lasciando tante riflessioni, alcune anche dolorose. E quella data comparsa sullo schermo, il 28 ottobre, ha aggiunto a tutto questo un significato personale che non mi aspettavo di ritrovare proprio stamattina.

Forse certe storie ci colpiscono perché, in qualche modo, finiscono per toccare qualcosa che portiamo già dentro. E forse vale la pena fermarsi ogni tanto, anche davanti a una docu-serie, per ricordarci che le persone non sono soltanto quello che mostrano agli altri e che non sempre abbiamo davanti tutto il tempo che immaginiamo.

Perché esserci quando serve è molto più importante che pentirsi di non esserci stati.

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