
Duran Duran a Parigi: una sera per ritrovare la ragazza che ero
Il concerto dei Duran Duran del 28 ottobre 2026 all’Accor Arena di Parigi non era assolutamente previsto. Anzi, fino a qualche settimana prima non avevo neppure preso in considerazione l’idea di andarci. Non perché non ne avessi voglia, tutt’altro, ma perché avevo deciso che quei soldi potevano servire per qualcos’altro, magari per essere d’aiuto a qualcun altro. Come mi capita spesso, ancora una volta avevo messo da parte me stessa, le cose che amo e quei piccoli desideri che, a forza di rimandare, finiscono sempre in fondo alla lista.
Stavo attraversando, e sto ancora attraversando, un periodo molto doloroso. Erano proprio i primi giorni di quel dolore, quelli in cui tutto sembra avere un peso diverso e anche le decisioni più semplici diventano complicate. Poi, il 10 settembre, alle 20:45, mi è comparsa davanti per l’ennesima volta la notizia del concerto dei Duran Duran a Parigi. L’ho guardata e, a un certo punto, mi sono detta: «Ma sai che c’è? Ma io ci vado».
Per una volta potevo pensare a me. Ne avevo bisogno e, soprattutto, me lo meritavo.
Naturalmente ho acquistato il biglietto meno costoso. Sono fatta così: quando si tratta delle mie passioni tendo sempre a risparmiare, mentre quando si tratta delle persone a cui voglio bene non sto certo a guardare le spese. Il biglietto era di categoria CAT3, per il balcone. Anche questa volta, insomma, avevo cercato di spendere il meno possibile.
Ma quel biglietto rappresentava molto più di un posto a sedere in un’arena.
L’ultima volta che avevo visto i Duran Duran dal vivo era stato nel 1987. Avevo sedici anni e il mio primo concerto del gruppo risale proprio a quell’anno. Pensare che sarebbero passati quasi quarant’anni prima di ritrovarmeli davanti mi faceva un certo effetto. Nel frattempo la vita era andata avanti, erano cambiate tante cose, e quella ragazza di sedici anni era diventata una donna con un bagaglio di esperienze decisamente più pesante.
C’era poi un altro aspetto: sarei andata da sola. Da quando mi sono trasferita in Francia ho imparato a fare tante cose senza aspettare necessariamente la compagnia di qualcuno, ma andare da sola a un concerto era una novità anche per me. Non sapevo bene cosa aspettarmi, come mi sarei sentita, se mi sarei goduta la serata oppure se, a un certo punto, avrei avvertito il peso di essere lì senza nessuno accanto.
Il 28 ottobre, però, ho preso i mezzi da casa e sono partita alla volta dell’Accor Arena.
Una serata tutta mia, all’Accor Arena
Arrivando all’Accor Arena, l’atmosfera era quella delle grandi occasioni. La struttura si riconosce subito, con la sua particolare architettura e la facciata ricoperta di verde, mentre all’esterno le indicazioni accompagnavano il pubblico verso i diversi ingressi. Mi sono guardata intorno, ho osservato l’edificio, i cartelli, le persone che stavano arrivando per il concerto e, naturalmente, non potevo non fermarmi a immortalare qualche dettaglio.
Tra le cose che mi hanno incuriosita c’era anche una particolare installazione con una motocicletta collocata in cima a un alto palo. Un elemento decisamente insolito, che attirava lo sguardo e che ho voluto includere tra i ricordi di quella serata.
Prima di entrare mi sono anche concessa un caffè all’aperto. Una piccola pausa, prima di raggiungere il mio posto e ritrovarmi finalmente davanti a una band che faceva parte della mia adolescenza.
Una volta entrata, la prima tappa è stata inevitabilmente lo stand del merchandising ufficiale dei Duran Duran. Magliette, felpe e articoli dedicati al tour Free to Love: per chi ama portarsi a casa un ricordo dei concerti, era una tentazione non da poco. I prezzi, però, erano quelli che ci si può aspettare da un merchandising ufficiale: 45 euro per una maglietta bianca, 55 euro per una maglia a maniche lunghe e 80 euro per una felpa nera. Ho curiosato tra i vari articoli, osservando anche le stampe dedicate al tour europeo del 2026.
Dopo aver dato un’occhiata allo stand, mi sono diretta verso le scale mobili e il balcone indicato sul mio biglietto. Ed è qui che è arrivata la prima sorpresa della serata.
Quel piccolo regalo inaspettato
Quando sono arrivata nella zona del balcone, ho scoperto che le persone in possesso di biglietti per quel settore stavano ricevendo un upgrade. Non so esattamente per quale motivo: forse c’era qualche problema con il balcone originariamente assegnato, forse si trattava di una diversa disposizione dei posti. Fatto sta che anche il mio biglietto è stato interessato da questo cambiamento.
E così, dopo aver scelto il posto meno costoso perché ancora una volta avevo deciso di spendere poco per me stessa, mi sono ritrovata con un upgrade che non avevo assolutamente previsto.
In quel momento ho pensato che, qualche volta, la vita riesce anche a sorprenderti e a regalarti qualcosa. Non so come spiegarlo meglio, ma mi è sembrato quasi un piccolo promemoria: non devi sempre essere tu quella che rinuncia, quella che si accontenta, quella che mette tutto e tutti davanti a sé.
Avevo deciso di concedermi una serata e, senza averlo programmato, quella serata mi stava già regalando qualcosa in più.
The Molotovs aprono la serata
Il programma prevedeva come gruppo di apertura i The Molotovs, formazione britannica che ha avuto il compito di scaldare il pubblico prima dell’arrivo dei Duran Duran.
Il loro set è iniziato alle 19:30 e ha portato sul palco un’energia decisamente rock.
È stato interessante assistere anche a questa parte della serata, perché spesso il gruppo di apertura è una piacevole scoperta e contribuisce a creare l’atmosfera giusta prima dello spettacolo principale.
Intanto, l’arena si preparava ad accogliere i protagonisti della serata. Le scale e gli spazi interni erano illuminati dalle luci viola, con le immagini dedicate all’evento che annunciavano il concerto del 28 ottobre. Dalla mia posizione potevo osservare il palco, le grandi schermate e l’allestimento che lasciava intuire uno spettacolo costruito non soltanto sulla musica, ma anche sulle immagini e sui giochi di luce.
Quando sono apparsi sul palco, sono tornata a sedici anni
I Duran Duran sono saliti sul palco alle 20:35.
E qui devo fare una confessione: appena li ho visti comparire, ho pianto.
Non è stata una reazione che avevo programmato, né qualcosa che mi aspettassi. È successo e basta. In un attimo sono tornata indietro nel tempo, a quell’Antonella di sedici anni che nel 1987 era andata al suo primo concerto dei Duran Duran. Per qualche secondo non ho pensato agli anni trascorsi, ai cambiamenti, alle cose successe nel frattempo. Ho semplicemente ritrovato quella ragazza e tutta l’emozione che la musica di quel gruppo aveva rappresentato per lei.
Vederli finalmente di nuovo davanti a me, dopo quasi quarant’anni, è stato qualcosa di difficile da raccontare. E forse è proprio questo il bello della musica: certe canzoni riescono a conservare una parte di noi, anche quando il tempo passa e la vita ci porta altrove.
Lo spettacolo faceva parte del tour Free to Love e aveva una scenografia molto particolare, costruita intorno a grandi schermi e immagini dal gusto pop art, con colori vivaci, volti e grafiche che cambiavano accompagnando i diversi brani. Un impianto visivo che rendeva il concerto ancora più coinvolgente.
Sul palco c’erano Simon Le Bon, John Taylor, Nick Rhodes e Roger Taylor. Simon indossava una vistosa giacca giallo fluo, impossibile da non notare, mentre John Taylor si muoveva con il suo basso color verde menta. Nick Rhodes, dietro le tastiere, era elegantissimo nel suo completo argentato.
La scaletta è partita con Is There Something I Should Know? e The Wild Boys, seguite dal tema di James Bond e da A View to a Kill. Poi è arrivata Hungry Like the Wolf, durante la quale Simon Le Bon ha invitato il pubblico a imitare l’ululato del lupo. Un momento divertente, che ha coinvolto tutta l’arena.
Non sono mancati brani meno scontati e alcune sorprese, come la cover di Evil Woman degli Electric Light Orchestra e il medley Lonely in Your Nightmare / Super Freak, presentato come Super Lonely Freak. E naturalmente sono arrivati anche alcuni dei pezzi che hanno accompagnato intere generazioni: The Reflex, Ordinary World, Come Undone e Notorious.
Uno dei momenti più intensi è stato quello di Ordinary World. Prima di eseguirla, Simon ha rivolto un pensiero a chi vive situazioni difficili e a tutte le persone che soffrono nei propri Paesi, dando alla canzone una sfumatura ancora più emozionante.
La parte visiva di Free to Love era invece un’esplosione di colori, arcobaleni, immagini di persone queer che ballavano liberamente e unicorni. Un messaggio di libertà e amore che si sposava perfettamente con il titolo del brano.
La serata è proseguita con Planet Earth, White Lines (Don’t Don’t Do It), (Reach Up for the) Sunrise e una versione di Girls on Film unita a Psycho Killer. Poi, per il bis, sono tornati sul palco con Save a Prayer.
E per il finale c’era ancora una sorpresa: durante Rio è salito sul palco Nick Valensi, chitarrista degli Strokes. La partenza del brano ha avuto un piccolo inconveniente tecnico a causa della chitarra di Valensi, tanto che il pezzo è stato ripreso. Ma quando tutto si è sistemato, il finale è diventato una vera festa.
Il viaggio di ritorno e quella pacca sulla spalla
Il concerto si è concluso intorno alle 22:25. Dopo quasi due ore di musica, emozioni, ricordi e canzoni che conoscevo da una vita, era arrivato il momento di rimettermi in viaggio.
Verso le 23:30 ho ripreso i mezzi per tornare a casa.
E mentre rientravo, mi sono resa conto di quanto fosse stata importante quella serata. Non soltanto perché avevo rivisto i Duran Duran, non soltanto perché avevo potuto ascoltare dal vivo canzoni che mi accompagnano da quando ero adolescente, ma perché avevo fatto qualcosa per me.
Ero partita da casa da sola, avevo raggiunto un’arena enorme in una città che non è quella in cui sono nata e cresciuta, avevo assistito al concerto di una band che non vedevo dal 1987 e poi ero tornata a casa, sempre da sola, a tarda sera.
Potrà sembrare una cosa normale, forse persino banale. Ma per me non lo è stata.
In un periodo in cui sto ancora facendo i conti con un dolore che non è facile da spiegare, quella sera mi sono concessa una parentesi di felicità. Ho smesso, almeno per qualche ora, di pensare a ciò che dovevo fare per gli altri e ho scelto qualcosa che desideravo da tempo.
Non posso dire di essere stata semplicemente orgogliosa di me stessa. È una sensazione diversa, più intima. Mi sono data una pacca sulla spalla, come per dirmi: «Brava, questa volta hai pensato anche a te».
E forse è proprio questo il ricordo più bello che porto a casa dall’Accor Arena.
Certo, ho rivisto i Duran Duran dopo quasi quarant’anni. Ho cantato, ho pianto, ho sorriso e sono tornata per qualche istante a essere quella sedicenne del 1987. Ma, soprattutto, ho capito che non bisogna aspettare sempre il momento perfetto, né trovare una giustificazione per concedersi qualcosa di bello.
A volte bisogna semplicemente decidere di andarci.
Quella sera non ho soltanto rivisto i Duran Duran. Ho ritrovato un pezzetto di me. E, per una volta, non mi sono lasciata indietro.
