Camminare per capire: quando un passo alla volta basta a ritrovare sé stesse

Cammino quando non so più da che parte girarmi.
Quando la testa fa rumore e il cuore sembra troppo pesante per restare al suo posto.

Cammino quando ho finito le parole, o forse le ho solo messe da parte per un attimo, ché tanto non servono a tutto.
Cammino quando non ho voglia di spiegarmi, nemmeno con me stessa.
Quando sento che se resto ferma, mi incastro.

Metto le scarpe, anche se non ho voglia.
Anche se fuori c’è vento, anche se dentro c’è confusione.
Apro la porta e comincio.
Un passo. Poi un altro. Poi un altro ancora.

Non cerco risposte.
Cerco respiro.

E camminando, il mondo resta lì dov’è, ma qualcosa dentro di me cambia posizione.
La mente rallenta, il corpo prende il comando.
I pensieri smettono di urlare, si fanno piccoli, si mettono in fila.
Come se sapessero che adesso non tocca più a loro decidere.

Non risolvo niente, no.
Ma ogni passo è un piccolo permesso.
A sentire. A lasciar andare. A non dover capire tutto subito.

A volte capita che mi fermi in mezzo alla strada.
Niente di speciale, un marciapiede qualsiasi, un lampione storto, il solito cane che abbaia.
E lì, in quella normalità che non chiede niente, qualcosa si apre.

Non è una verità, non è una svolta.
È solo una fessura.
Un varco.
Una specie di sì.

Camminare non è la cura.
Ma è un modo per dire: “Sto qui. Sto con me. Sto passando.”
E per adesso, basta questo.

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