Lettere che non ho mai spedito: scrivere per lasciar andare (anche se nessuno leggerà)

Scrivo lettere che non spedirò mai.
Lo faccio senza fretta, come si piegano le lenzuola pulite dopo una notte agitata.
Le scrivo a chi è passato nella mia vita come una tempesta educata: ha sconvolto tutto senza mai fare rumore.

A chi se n’è andato, ma prima ha lasciato una sedia vuota e mille domande senza punto interrogativo.
A chi è rimasto, ma con la testa altrove, mentre io mi affannavo a tenere insieme le crepe, come se l’amore fosse una diga da sorvegliare giorno e notte.

Scrivo a versioni di me che non rivorrei indietro, ma che rispetto.
Alla me che diceva “va tutto bene” anche quando non dormiva da giorni.
Alla me che si scusava per ogni emozione troppo grande, troppo viva, troppo vera.
Alla me che pensava che per farsi amare servisse meritarselo.
Che pensava di doversi sempre sistemare, aggiustare, rendere presentabile.
Come se la felicità fosse qualcosa che si concede solo a chi ha il curriculum giusto.

Scrivo perché certe parole hanno bisogno di uscire, anche se non troveranno mai destinatario.
Le lettere che non si spediscono sono quelle che ci salano le dita mentre le scriviamo.
Sono le cose che non abbiamo detto, che non abbiamo potuto dire, che nessuno era pronto ad ascoltare.

Non si spediscono perché non servono agli altri.
Non devono convincere nessuno.
Non chiedono replica.
Non cercano perdono.

Le scrivo per me.
Per non dimenticare quello che ho provato.
Per ricordarmi che ogni volta che ho taciuto, qualcosa dentro di me si è accartocciato su sé stesso.

Scrivo per fare spazio.
Per lasciare andare senza dover spiegare.
Per chiudere, anche se non del tutto. Anche se resta un filo, un graffio, un odore nell’aria.

Scrivo lettere che non spedirò mai.
Perché a volte la scrittura è l’unico modo che ho per restituirmi la voce.

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