Dove è finita l’umanità? Tra solidarietà, indifferenza e bisogno di aiutarsi

Ma quando abbiamo smesso di aiutarci e abbiamo cominciato ad accontentarci di augurarci buona fortuna?

Probabilmente quello che sto per dire sarà assolutamente impopolare, probabilmente ferirà qualcuno, ma io sono abituata a dire quello che penso, anche quando le mie parole possono risultare scomode, perché ci sono riflessioni che non riesco più a tenere dentro e che, prima o poi, sento il bisogno di mettere nero su bianco, senza preoccuparmi troppo di quanto possano piacere o di quante persone possano sentirsi chiamate in causa.

Sono le quattro del mattino e mi ritrovo a pensare a una cosa che, in realtà, mi accompagna da sempre e che non nasce semplicemente dalla visione di un video, anche se proprio un video visto questa sera mi ha riportato prepotentemente a una domanda che mi faccio da tanto tempo: dove è finita l’umanità? Ho visto la storia di una ragazza che vive per strada, una ragazza curata, vestita bene, che probabilmente cerca anche attraverso il proprio aspetto di conservare un pezzetto della propria dignità, di non lasciare che le circostanze della vita le portino via anche quello, e mi sono soffermata a riflettere su quanto siamo abituati a giudicare le condizioni delle persone attraverso ciò che vediamo, come se la sofferenza dovesse necessariamente avere un aspetto riconoscibile, come se per meritare comprensione una persona dovesse presentarsi al mondo con i segni evidenti della propria disperazione.

Eppure non funziona così, e lo so bene perché l’ho vissuto sulla mia pelle. Ho attraversato un burnout terribile, ho avuto bisogno di rivolgermi a una psicoterapeuta e ho conosciuto periodi di profonda sofferenza, momenti nei quali anche le cose apparentemente più semplici diventavano difficili da affrontare. Durante la malattia, però, cercavo di uscire a fare una passeggiata negli orari in cui mi era consentito, avevo bisogno di respirare, di camminare, di vedere un po’ di luce, esattamente come viene spesso consigliato a chi attraversa un periodo depressivo, perché isolarsi completamente non aiuta e qualche volta anche una semplice passeggiata può rappresentare un piccolo tentativo di riprendere contatto con il mondo. Eppure, agli occhi di alcune persone, quel sorriso che riuscivo ancora occasionalmente a mostrare diventava la prova che stessi fingendo, come se sorridere fosse incompatibile con il dolore, come se una persona che riesce a uscire di casa, a vestirsi e magari persino a scherzare non potesse stare realmente male. Ho imparato così che non sempre la sofferenza è visibile e che, soprattutto, non abbiamo alcun diritto di stabilire quanto una persona stia male soltanto sulla base di quello che appare ai nostri occhi.

Tornando alla ragazza del video, quello che mi ha colpito è anche il modo in cui spesso reagiamo davanti alle difficoltà degli altri, perché mi sembra che sempre più frequentemente la solidarietà si esaurisca in una serie di parole, di auguri e di frasi di circostanza che, per quanto possano sembrare gentili, non cambiano assolutamente nulla nella vita di chi sta attraversando un momento complicato. «Ti auguro tanta fortuna», «spero che le cose migliorino», «vedrai che tutto si sistemerà»: ecco, permettetemi, mi sono rotta il cazzo di sentire queste frasi. E vorrei dirlo soprattutto a chi, negli ultimi tempi, me le ha ripetute più volte: per favore, non ditemelo più, perché è una frase che mi sta profondamente sul cazzo, non per il gusto di essere volgare o provocatoria, ma perché sono arrivata al punto di non riuscire più a sopportarla.

Quando una persona è in difficoltà, quando sta cercando di rimettere insieme i pezzi della propria vita, quando non sa bene da quale parte cominciare per affrontare una situazione che magari non ha scelto e che non avrebbe mai voluto vivere, sentirsi ripetere che qualcuno le augura tanta fortuna può diventare persino frustrante. A volte ho l’impressione che queste parole rappresentino una maniera molto comoda per lavarsi la coscienza, per dimostrare di aver avuto un pensiero gentile senza doversi assumere nemmeno il minimo impegno di fare qualcosa. Ma perché limitarsi ad augurare che le cose migliorino quando magari si potrebbe chiedere se esiste un modo, anche piccolo, per contribuire a renderle meno difficili? Perché non domandare semplicemente «hai bisogno di qualcosa?», invece di congedarsi con una frase che non richiede alcuna partecipazione?

E non è finita qui, perché ci sono anche quelli che dispensano consigli come se dall’altra parte ci fosse una persona che non abbia mai pensato alla propria situazione, che non abbia già cercato una soluzione o che stia comodamente aspettando che qualcuno le risolva la vita. «Fatti la tua strada», «cerca una soluzione», «devi andare avanti», «devi trovare il modo di sistemare le cose». Ma secondo voi una persona in difficoltà cosa sta facendo, si sta grattando? Sta aspettando comodamente che qualcuno le spieghi come vivere? Spesso chi attraversa un momento difficile ha già passato notti intere a cercare una via d’uscita, ha già valutato tutte le possibilità, ha già fatto tentativi, ha già bussato a porte che magari sono rimaste chiuse e ha già dovuto trovare dentro di sé energie che probabilmente non pensava nemmeno di avere. Soprattutto quando si tratta di una persona adulta, perfettamente consapevole delle proprie responsabilità, non c’è bisogno di impartire lezioni di vita o di ricordarle continuamente che deve andare avanti, perché credetemi, lo sa benissimo.

Quello che manca, semmai, è un altro tipo di presenza, quella di qualcuno che sappia ascoltare senza giudicare, che abbia la sensibilità di capire quando non servono altre parole ma magari un gesto, una disponibilità, un aiuto concreto. Perché la differenza tra spiegare a qualcuno quale strada dovrebbe percorrere e offrirgli una mano per riuscire a percorrerla è enorme, eppure sembra che questo concetto sia diventato sempre più difficile da comprendere. A volte ho persino l’impressione che il cervello di alcune persone non riesca proprio ad arrivarci, tanto sono abituate a confondere un consiglio con un aiuto e una frase gentile con una vera dimostrazione di solidarietà.

Io, per esempio, non sono mai stata una persona con grandi risorse economiche, anzi, spesso ho avuto appena quello che serviva per me e per crescere mia figlia, ma questo non mi ha mai impedito di condividere quello che avevo quando qualcuno si trovava in difficoltà. Ricordo una mia amica che attraversava un momento complicatissimo, con problemi familiari e un figlio da accudire, e ricordo perfettamente che non mi sono messa a fare calcoli, non ho valutato quanto mi sarebbe costato ospitarla o per quanto tempo avrebbe avuto bisogno di restare, non mi sono domandata se fosse conveniente o se fosse il momento giusto per me: l’ho semplicemente fatta venire a casa mia, perché una persona a me cara aveva bisogno di un posto dove stare e io, nel mio piccolo, potevo offrirglielo. Non avevo grandi cose da dare, ma potevo condividere quello che avevo, e per me era sufficiente.

È sempre stato questo il mio modo di essere, non perché mi consideri una persona particolarmente buona o perché abbia mai pensato di essere migliore degli altri, ma perché quando vedo qualcuno in difficoltà il mio primo istinto è quello di avvicinarmi, di capire, di chiedermi se posso fare qualcosa, anche quando so benissimo di non avere grandi possibilità. Non ho mai avuto la disponibilità economica per risolvere i problemi degli altri, ma ho sempre pensato che esistessero tanti modi per aiutare una persona senza necessariamente tirare fuori dei soldi, perché a volte si può condividere un pasto, un divano, un passaggio, un contatto, qualche ora del proprio tempo o semplicemente la disponibilità ad ascoltare senza giudicare.

Ed è proprio ripensando a questo mio modo di essere che non posso fare a meno di tornare ad alcuni momenti della mia vita, quelli nei quali, invece, sono stata io ad avere bisogno di qualcuno. Quando mi sono trovata nella situazione di rischiare di essere mandata via da casa, non da una proprietaria, ma da mia figlia, ho dovuto rivolgermi alla Maison du Droit per cercare di capire quali fossero i miei diritti e quali possibilità avessi per affrontare una situazione che mai avrei immaginato di dover vivere. Non era un problema che nascondevo, non era una difficoltà sconosciuta a chi mi stava intorno: c’erano persone che sapevano perfettamente quello che stavo attraversando, che conoscevano la mia situazione e che sapevano quanto fossi in difficoltà. Eppure, da alcune persone dalle quali mi sarei aspettata un gesto, non è arrivata nemmeno una proposta, nemmeno una disponibilità temporanea, nemmeno quel semplice «vieni da me, resta qui per un po’, poi vediamo come sistemare le cose».

E sapete cosa mi sarebbe bastato? Non cercavo qualcuno che mi mantenesse, che si facesse carico della mia vita o che risolvesse magicamente tutti i miei problemi. Non avevo bisogno che qualcuno mi spiegasse cosa dovevo fare, perché vi assicuro che a cercare una soluzione ci stavo già pensando io, giorno e notte. Avrei semplicemente avuto bisogno di un po’ di riparo, di una disponibilità concreta, della possibilità di non dover affrontare tutto da sola almeno per un periodo. Mi sarebbe bastato che qualcuno, tra quelli dai quali me lo sarei aspettata, mi avesse detto di stare tranquilla, di venire a casa sua, di prendermi qualche giorno per respirare e capire come andare avanti.

E questa cosa fa male, soprattutto quando ripensi a tutte le volte in cui, pur avendo pochissimo, hai trovato il modo di fare spazio a qualcun altro nella tua vita. Fa male quando ti rendi conto che tu non hai avuto bisogno di grandi ragionamenti per accogliere una persona in difficoltà, mentre quando sei stata tu ad aver bisogno di un gesto concreto ti sei ritrovata davanti a parole, consigli e auguri di buona fortuna. Non racconto queste cose per suscitare compassione, né per presentare il conto a qualcuno, perché non è questo il senso della mia riflessione. Le racconto perché fanno parte di ciò che mi ha portato a interrogarmi così profondamente sulla solidarietà e sul significato che oggi diamo alla parola umanità. E perché certe esperienze ti insegnano quanto possa essere dolorosa la distanza tra le parole e i fatti.

Mi domando spesso dove sia finito quel senso di comunità che dovrebbe portarci a riconoscere nell’altro una persona, non un problema da evitare o una situazione scomoda dalla quale prendere le distanze. Mi viene spontaneo pensare ai racconti del dopoguerra, a quando le persone avevano pochissimo, a quando mancavano tante cose e la vita era certamente molto più dura di quella che conosciamo oggi. Non ho vissuto quegli anni e non voglio certamente idealizzarli, ma attraverso i racconti di chi c’era ho sempre avuto la sensazione che, pur non avendo quasi nulla, si riuscisse a condividere quel poco che c’era. Non avevi, ma condividevi. Forse è proprio questa la differenza che mi spaventa: oggi abbiamo tante possibilità, tanti mezzi per comunicare, siamo costantemente connessi, vediamo in tempo reale le difficoltà degli altri, assistiamo a storie di persone che hanno bisogno di aiuto, ma ho spesso l’impressione che tutta questa connessione non riesca a trasformarsi in una vera vicinanza.

Siamo diventati bravissimi a commentare, a esprimere dispiacere, a scrivere parole di circostanza e a mettere un cuore sotto il racconto di una persona che sta attraversando un momento terribile, ma quando si tratta di fare qualcosa nella vita reale spesso ci fermiamo, come se il semplice fatto di aver espresso un pensiero gentile fosse sufficiente per sentirci a posto con la nostra coscienza. E invece no, perché la solidarietà non dovrebbe essere soltanto un sentimento da esprimere a parole, dovrebbe diventare un gesto, qualcosa che si traduce in una disponibilità concreta, nella volontà di uscire per un momento dal proprio mondo e di accorgersi che esiste anche quello degli altri.

Non sto dicendo che dobbiamo necessariamente aprire la porta di casa a chiunque, né che tutti abbiano la possibilità di ospitare qualcuno o di risolvere i problemi altrui, perché esistono limiti, paure e situazioni che vanno rispettati. Sto dicendo che esistono tantissimi modi per non voltarsi dall’altra parte e che non bisogna essere ricchi, avere una vita perfetta o possedere grandi disponibilità per poter fare qualcosa. Non bisogna aspettare di avere tutto per poter condividere qualcosa, perché spesso proprio chi ha conosciuto la mancanza dovrebbe sapere quanto possa significare ricevere anche un piccolo gesto di solidarietà.

E allora, la prossima volta che incontrerete qualcuno in difficoltà, prima di dirgli che gli augurate tanta fortuna, prima di consigliargli di farsi la propria strada o di trovare una soluzione, fermatevi un momento e chiedetevi se non potete fare qualcosa di più. Non augurate a qualcuno di trovare una mano tesa quando potreste essere proprio voi quella mano; non augurategli di trovare un posto dove stare se avete la possibilità di offrirgli un divano, anche solo temporaneamente, e non limitatevi a dirgli che sperate che le cose migliorino se potete contribuire, anche in minima parte, a renderle un po’ meno difficili.

Perché magari quella persona non ha bisogno della vostra fortuna, non ha bisogno dell’ennesimo consiglio su come rimettere insieme la propria vita e nemmeno di sentirsi ripetere cose che conosce già perfettamente. Magari ha semplicemente bisogno di voi, di una presenza autentica, di qualcuno che non si limiti a osservare la sua difficoltà da lontano, ma che sia disposto a fare un piccolo passo nella sua direzione.

Non so se questo mondo sia diventato davvero così, o se forse sono io a fare sempre più fatica ad accettare una società nella quale il senso di comunità sembra essersi progressivamente impoverito, ma so che questa cosa mi fa paura, e non per quello che possediamo o non possediamo, ma per quello che sembriamo aver smesso di condividere.

E se c’è una cosa che vorrei non perdere mai, nonostante tutto quello che ho attraversato e nonostante le volte in cui avrei avuto bisogno di trovare anch’io una mano tesa, è proprio questa: la capacità di non voltarmi dall’altra parte quando qualcuno ha bisogno.

Perché io non ho sempre avuto qualcosa da dare, ma ho sempre cercato di condividere quello che avevo. E non credo che serva essere persone straordinarie per farlo, credo semplicemente che serva ricordarsi di essere esseri umani.

Non avevo, ma condividevo. E vorrei tanto che tornassimo a farlo tutti un po’ di più.

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