Honor Walk: quando la morte diventa un ultimo gesto d’amore

Sto piangendo tutte le lacrime che ho e faccio quasi fatica a respirare perché ho appena visto un video che mi ha completamente spiazzata e che, lo ammetto, mi ha dilaniata. Non sapevo nemmeno che esistesse la Honor Walk e l’ho scoperto oggi guardando il momento in cui una ragazzina, dopo essere stata dichiarata cerebralmente morta, veniva accompagnata verso la sala operatoria per la donazione dei suoi organi mentre il personale dell’ospedale si disponeva lungo il corridoio in silenzio, rendendole onore e accompagnandola in quello che sarebbe stato il suo ultimo viaggio.

E io quelle immagini non riesco a togliermele dalla testa.

Non so chi fosse quella ragazzina, non conosco la sua storia e non conosco la sua famiglia, ma guardandola passare in quel corridoio ho pensato a sua madre, a suo padre, alle persone che le volevano bene e che in quel momento dovevano affrontare una delle cose più terribili che un essere umano possa vivere, quella di dover lasciare andare una figlia. E nello stesso tempo ho pensato alla forza immensa che deve essere servita per prendere una decisione del genere perché mentre stai vivendo un dolore che probabilmente non ha nemmeno un nome, mentre dentro di te si sta spezzando qualcosa che non tornerà mai più come prima, puoi scegliere di donare gli organi della persona che ami e permettere che qualcun altro possa continuare a vivere.

È questo che mi ha colpita nel profondo, perché dentro una scena così devastante c’era anche qualcosa di una bellezza umana difficile persino da spiegare. C’era la morte nella sua forma più ingiusta e incomprensibile e, contemporaneamente, la possibilità che da quella tragedia potesse nascere altra vita attraverso una scelta di amore e di generosità che io, soprattutto pensando a una ragazzina, faccio davvero fatica a comprendere fino in fondo.

E allora ho cominciato a pensare a noi e a come viviamo, a quanto spesso ci dimentichiamo di essere fragili e soprattutto di non sapere quanto tempo abbiamo ancora a disposizione.

Passiamo giornate intere arrabbiati con qualcuno, settimane senza parlare a una persona che magari amiamo, mesi a coltivare rancori e a punire con il silenzio o con l’indifferenza, diciamo parole che sappiamo perfettamente quanto possano fare male e facciamo tutto questo come se avessimo davanti un tempo infinito, come se ci fosse sempre un altro giorno per chiarire, per chiedere scusa, per dire quello che proviamo, per abbracciare qualcuno o per rimediare a qualcosa che abbiamo fatto.

Ci comportiamo come se il domani fosse garantito e invece non lo è.

Ed è forse questo che mi ha fatto più male guardando quel video, perché mentre vedevo quella ragazza attraversare quel corridoio ho pensato a quanto siano piccole, alla fine, tutte le nostre guerre quotidiane davanti alla consapevolezza di quanto possa essere fragile la vita.

Noi ci arrabbiamo per un messaggio a cui qualcuno non ha risposto, per una parola detta nel modo sbagliato, per un torto che magari tra qualche anno non ricorderemo nemmeno più e decidiamo che quella persona merita il nostro silenzio, il nostro disprezzo o la nostra distanza. Nel frattempo, da qualche altra parte, c’è una famiglia che sta imparando a vivere senza qualcuno che fino al giorno prima era lì e qualcun altro che aspetta un organo per avere semplicemente la possibilità di vedere un altro giorno, tornare a casa, abbracciare i propri figli e continuare a vivere.

E allora mi viene una rabbia enorme pensando a quanto tempo sprechiamo dietro all’odio, all’egoismo, alle bugie, alle ripicche e alla necessità di avere sempre ragione, come se vincere una discussione fosse più importante del modo in cui facciamo sentire l’altra persona.

Io non penso che essere umani significhi essere perfetti, essere sempre buoni o non sbagliare mai. Significa anche perdere la pazienza, avere paura, essere egoisti qualche volta e fare cose di cui poi ci pentiamo. Ma significa anche avere la possibilità di fermarsi, riconoscere un errore, chiedere scusa, scegliere di non infierire quando potremmo farlo e ricordarci che dall’altra parte delle nostre parole c’è sempre una persona, con le proprie fragilità, le proprie paure e magari una battaglia che noi non vediamo.

E forse è proprio questo che voglio cominciare a dire sempre più spesso anche qui, perché questo spazio parla di tante cose che amo, di viaggi, di esperienze, di luoghi e di momenti belli che ci regalano leggerezza, ma io non voglio parlare soltanto di ciò che ci fa stare bene. Voglio parlare anche di quello che ci costringe a fermarci per un momento e a ricordarci chi siamo.

Perché sotto il lavoro, i soldi, i social, le apparenze, le ambizioni e tutte le differenze che ci ostiniamo a mettere tra noi e gli altri siamo semplicemente persone che cercano di attraversare questa vita nel modo migliore che riescono, e siamo molto più fragili di quanto ci piaccia ammettere.

Quella Honor Walk mi ha ricordato che arriva un momento in cui non possiamo più rimandare niente. Non possiamo più fare quella telefonata, dare quell’abbraccio, dire quella frase che continuiamo a tenere dentro per orgoglio o per paura e soprattutto non possiamo più tornare indietro a sistemare quello che avremmo potuto sistemare quando ne avevamo ancora la possibilità.

E allora forse dovremmo imparare a farlo prima, dovremmo smettere di dare per scontate le persone che abbiamo accanto e di pensare che chiedere scusa significhi perdere, dovremmo avere il coraggio di dire quello che sentiamo quando possiamo ancora farlo e di tendere una mano quando vediamo qualcuno in difficoltà invece di chiederci se quella persona se la meriti, perché la verità è che non sappiamo quale battaglia stia combattendo chi abbiamo davanti e non sappiamo quanto tempo avremo ancora per poter fare la cosa giusta.

Non so perché quel video sia arrivato davanti ai miei occhi proprio oggi, ma so che mi ha ricordato quanto sia preziosa la vita e quanto lo siano le persone, quanto poco senso abbia passare il nostro tempo a ferirci, a odiarci, a punirci, a tenerci lontani per orgoglio quando potremmo invece scegliere di comprenderci un po’ di più, di perdonarci quando possibile, di abbracciarci mentre possiamo ancora farlo e di dirci quelle parole che magari continuiamo a rimandare perché pensiamo che ci sarà sempre un domani. E forse è proprio questo che mi ha lasciato quella ragazzina mentre attraversava quel corridoio: la consapevolezza che una vita può finire troppo presto e che, nonostante tutto, attraverso una scelta d’amore può ancora diventare vita per qualcun altro, e che noi invece abbiamo ancora la possibilità di scegliere cosa fare del tempo che ci è stato dato, come trattare le persone che incontriamo, cosa lasciare dietro di noi e soprattutto che tipo di esseri umani vogliamo essere finché siamo ancora qui.

Perché alla fine non credo che ci verrà chiesto quante volte abbiamo avuto ragione, quante persone abbiamo sconfitto, quante discussioni abbiamo vinto o quanto siamo riusciti a dimostrare di essere più forti degli altri. Credo che conterà molto di più quanto amore siamo riusciti a dare, quante volte abbiamo scelto di non ferire, quante mani abbiamo stretto, quante persone abbiamo fatto sentire meno sole e quanto siamo riusciti a essere presenti quando qualcuno aveva bisogno di noi.

E allora sì, forse quello che vorrei davvero dire questa sera è che dovremmo smetterla di vivere come se avessimo tutto il tempo del mondo e cominciare a guardarci negli occhi, a dirci le cose mentre possiamo ancora dircele, ad abbracciare chi amiamo finché possiamo farlo, a chiedere scusa quando serve e a ricordarci che dall’altra parte di ogni nostra parola c’è una persona che, esattamente come noi, è fragile, ha paura, soffre, ama e sta semplicemente cercando di arrivare alla fine di questo viaggio portandosi dietro qualcosa di buono. Perché non sappiamo mai quando arriverà l’ultimo viaggio di qualcuno, ma finché siamo ancora qui possiamo scegliere di non renderci la vita più difficile del necessario e possiamo scegliere di accompagnarci con un po’ più di rispetto, di gentilezza, di empatia e di amore.

Un po’ di umanità, cazzo.

Solo un po’ di umanità su questa cazzo di terra.

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