
Avevo pensato a Dieppe come a una città di mare nella quale trascorrere qualche giorno, camminare sul lungomare, guardare la Manica, visitare il castello e poi ripartire con la sensazione di aver visto una bella cittadina della Normandia. Invece, dopo cinque giorni, mi sono ritrovata con una quantità enorme di immagini nella testa, oltre a quelle accumulate sul telefono, e soprattutto con la sensazione che Dieppe sia una di quelle città che non puoi davvero raccontare attraverso le solite quattro cose da vedere, perché più cammini e più scopri strade, cortili, facciate, negozi, chiese, ponti, porto, spiaggia, falesie, insegne, murales, gabbiani e persone che fanno semplicemente la loro vita, mentre tu continui a girare e ogni volta trovi qualcosa che il giorno prima non avevi notato.
La prima cosa che ho imparato è che qui il mare non è uno sfondo, è praticamente un abitante della città, uno di quelli ingombranti che non puoi ignorare e che cambiano continuamente aspetto a seconda della luce, del vento e delle nuvole, perché puoi guardarlo al mattino con un cielo quasi limpido, ritrovarlo qualche ora dopo sotto una coltre di nuvole e poi vederlo aprirsi improvvisamente insieme a uno squarcio di sole, mentre davanti a te la spiaggia di ciottoli sembra allungarsi fino a perdersi e le grandi falesie bianche della costa fanno da quinta naturale a un paesaggio che ha qualcosa di potente e quasi cinematografico. E quei ciottoli, dopo un po’, diventano parte del viaggio, perché camminarci sopra non è esattamente come passeggiare sulla sabbia, ogni passo produce quel rumore particolare delle pietre che si muovono sotto i piedi e la spiaggia cambia completamente faccia con la marea, mentre le persone si sistemano qua e là, alcune direttamente sui sassi, altre vicino all’acqua e altre ancora semplicemente sedute a guardare il mare.
E probabilmente a Dieppe guardare il mare è una delle attività più praticate, insieme a mangiare, passeggiare e convivere con i gabbiani, che qui meritano davvero un capitolo tutto loro perché li ho trovati ovunque, sulla spiaggia, sul porto, sui tetti, vicino alle persone, immobili a guardare l’acqua oppure impegnati nelle loro faccende, con quella faccia da proprietari assoluti della città che hanno tutti i gabbiani del mondo e che qui sembra ancora più evidente, tanto che a un certo punto ho avuto la sensazione che fossimo noi a essere ospiti loro e non il contrario.
Il lungomare è stato uno dei luoghi che ho frequentato di più, non soltanto per il mare ma per tutto quello che gli sta intorno, dalle cabine colorate ai locali, dalle persone alle insegne, fino a quella parte di street art che trasforma alcuni angoli della città in una specie di galleria all’aperto, con disegni e interventi molto diversi tra loro che rendono praticamente impossibile camminare senza continuare a voltarsi. E poi ci sono le falesie, quelle pareti bianche che da vicino sembrano quasi impossibili per quanto sono verticali e che viste dalla spiaggia raccontano immediatamente la geografia di questo tratto di Normandia, con le case affacciate dall’alto, il verde che arriva fin quasi sul bordo e quelle strisce di roccia che cambiano colore man mano che la luce si sposta, mentre sotto la vita continua normalmente, con persone che passeggiano, bambini che giocano, qualcuno che entra in acqua nonostante la temperatura e qualcun altro che semplicemente si siede davanti alla Manica.
Io il mare l’ho guardato moltissimo e, alla fine, credo che sia una delle cose che ho fatto più spesso durante questi cinque giorni, anche senza avere necessariamente un motivo per farlo, perché a Dieppe basta arrivare sulla passeggiata e fermarsi qualche minuto per avere davanti qualcosa che cambia continuamente, e forse è proprio questa la cosa che mi ha conquistata: non devi fare nulla, devi soltanto stare lì.
Poi arriva il porto, e qui il mare smette di essere soltanto paesaggio e diventa lavoro, movimento, partenza, arrivo, collegamento e memoria, perché il porto di Dieppe è ancora oggi attraversato dalle imbarcazioni e soprattutto dalla grande linea di traghetti che collega la Francia con Newhaven, in Inghilterra, e vedere quella nave muoversi dentro questo paesaggio fa un certo effetto, perché improvvisamente capisci che davanti a te non hai semplicemente una località sul mare, ma uno dei punti attraverso i quali Francia e Inghilterra continuano a parlarsi e a spostarsi persone, automobili e merci.
Il traghetto l’ho guardato, l’ho fotografato, ho osservato il porto e il movimento delle persone, ma non sono salita a bordo, così come non sono salita sulla barca che propone il giro turistico lungo la costa, e stranamente non mi è dispiaciuto, perché anche questo fa parte del viaggio: non tutto deve essere necessariamente fatto e qualche cosa può rimanere lì come una possibilità per una prossima volta, mentre tu continui a esplorare quello che hai scelto di vedere.
Il Pont Colbert invece l’ho attraversato, e qui Dieppe cambia nuovamente volto, perché dall’altra parte del ponte si entra nel Pollet, l’antico quartiere dei pescatori, una delle zone che più mi hanno fatto percepire la vecchia Dieppe, quella fatta di case più raccolte, mattoni, facciate particolari, stradine e dettagli che raccontano una città costruita intorno al rapporto con il mare. Il ponte metallico girevole, ancora oggi uno dei simboli della città, è praticamente un passaggio tra due anime di Dieppe e attraversarlo significa entrare in un quartiere nel quale la storia dei marinai, dei pescatori e dei corsari sembra essere ancora lì, nascosta nelle facciate e nelle strade, ma senza impedire alla vita quotidiana di andare avanti.
E poi ci sono le case, che sono state una delle cose che più mi hanno fatto innamorare della città, perché basta allontanarsi dalle strade più conosciute per trovare facciate in mattoni, case a graticcio, piccoli balconi, finestre, abbaini, decorazioni, vecchie insegne e architetture che cambiano continuamente, alcune eleganti e curate, altre consumate dal tempo e altre ancora con quel fascino un po’ imperfetto che personalmente preferisco mille volte a una facciata appena restaurata. Ho trovato edifici che sembravano usciti da un’altra epoca, case con travi a vista, legno e intonaco, piccoli cortili, scale, archi e vecchi muri, e soprattutto quel modo tipicamente francese di far convivere edifici storici e vita quotidiana senza trasformare necessariamente ogni cosa in un museo.
La cosa bella è che a Dieppe la storia continua a comparire mentre cammini, ma senza prendersi tutta la scena: una targa ti racconta qualcosa, un muro conserva una memoria, una facciata ti fa fermare, un’insegna ti ricorda che quella strada era diversa cento o duecento anni fa e poi giri l’angolo e trovi un negozio, un bar, un mercato o qualcuno che porta semplicemente la spesa a casa. È questa, forse, la cosa che mi è piaciuta di più: Dieppe non sembra avere bisogno di scegliere tra passato e presente, li tiene entrambi e li lascia convivere.
La stessa sensazione l’ho avuta entrando nelle chiese, che sono state un’altra parte importante delle mie giornate, perché ho visto esterni imponenti e interni nei quali improvvisamente il rumore della città scompare, ho guardato colonne, volte, organi, altari, statue, dipinti e soprattutto vetrate, alcune delle quali trasformano completamente la luce che entra nell’edificio, e mi sono ritrovata più volte a stare lì dentro molto più a lungo di quanto avessi previsto. La grande chiesa di Saint-Jacques, con la sua architettura gotica e le sue vetrate, è uno di quei luoghi nei quali si percepisce quanto sia antica la città, mentre Notre-Dame-de-Bonsecours, lassù sul belvedere, racconta un rapporto ancora più diretto con il mare e con la storia dei marinai, anche solo per la posizione dalla quale puoi guardare la costa e il porto e capire immediatamente perché quel punto fosse così importante per chi partiva e per chi aspettava il ritorno di qualcuno.
E poi c’è il castello, che praticamente ti accompagna durante la visita perché lo incontri dall’alto, dal basso, guardando verso la falesia, passeggiando sul lungomare e arrivando finalmente sulla sua terrazza, dove la città sembra aprirsi davanti a te tutta insieme. Io volevo entrarci e così sono finita dentro il Musée de Dieppe, che è probabilmente uno dei luoghi che meglio spiegano quanto sia complessa la storia di questa città, perché lì dentro ho trovato il mare raccontato attraverso le maquette delle navi, gli oggetti legati alla navigazione, le opere d’arte, le mappe, i ritratti e soprattutto gli oggetti in avorio, che rappresentano una parte fondamentale della storia economica e artistica di Dieppe, città che per oltre tre secoli è stata uno dei principali centri francesi della lavorazione dell’avorio.
Ma quello che mi ha colpita di più è stato scoprire quanto lontano guardasse questa città: Africa, Asia, Americhe, rotte commerciali, grandi esplorazioni, navigatori e cartografi. Una città che per secoli ha avuto davanti a sé quella stessa linea dell’orizzonte che io ho passato ore a guardare e che, invece di essere un confine, rappresentava una possibilità. E quando esci dal museo e torni a vedere il mare da lassù, tutto quello che hai appena visto dentro acquista un significato diverso, perché improvvisamente quelle mappe, quelle navi e quelle storie sembrano appartenere allo stesso paesaggio che hai davanti agli occhi.
Anche i panorami sono tantissimi e ognuno racconta una Dieppe diversa: quello dal castello, quello dal belvedere, quello guardando verso il porto, quello dalla spiaggia e quello che ti capita davanti mentre giri un angolo senza averlo programmato. Da lassù si vede tutto e soprattutto si capisce quanto sia particolare la forma della città, stretta tra mare, porto, falesie e quartieri che salgono verso l’interno.
Il trenino turistico mi ha permesso di mettere insieme molti di questi pezzi, perché quando percorri la città seduta lì sopra hai una prospettiva diversa rispetto a quella che hai camminando, passi davanti a edifici che avevi già visto ma che riconosci da un’altra angolazione, attraversi zone che magari non avresti raggiunto a piedi e soprattutto ti rendi conto di quanto sia grande e varia Dieppe rispetto alla prima impressione che dà.
E nel frattempo continui a trovare cose: negozi, locali, mercati, vetrine, colori. Io ho fotografato praticamente tutto quello che mi attirava l’attenzione, dalle bancarelle alle botteghe più tradizionali, fino al negozio di Harry Potter che naturalmente non potevo ignorare e a quel negozio pieno di oggetti coloratissimi nel quale sembrava quasi impossibile scegliere dove guardare per primo. Sono proprio questi luoghi che rendono un viaggio diverso da una visita guidata, perché nessuno ti dice che devi fermarti davanti a una vetrina piena di colori o entrare in un negozio che non avevi programmato di vedere: semplicemente succede, e io ho seguito parecchio questo tipo di istinto, seguendo i colori, le insegne, le strade, i muri e soprattutto le cose strane.
Ho guardato anche i graffiti, compresi quelli più piccoli e quelli che sembravano quasi nascosti, e ho trovato piccoli interventi artistici nei posti più improbabili, come se la città fosse piena di persone che avevano deciso di lasciare un segno. E così ho incontrato anche una Dieppe più quotidiana e meno turistica, quella dei quartieri residenziali, delle case più semplici, delle vecchie insegne, delle cassette del gas decorate, delle targhe, delle piccole iniziative ambientali, dei nidi per gli uccelli e dei messaggi lasciati sui muri, quella Dieppe nella quale improvvisamente trovi una scritta che ti fa sorridere oppure un disegno che ti costringe a fermarti.
È lì che mi sono resa conto che stavo guardando la città non più soltanto come turista, ma come qualcuno che aveva iniziato a essere curioso di sapere come si vive davvero in quel posto.
Anche la storia continuava a comparire nei posti più impensati. Ho trovato persino una piccola traccia delle Filles du Roi, le giovani donne francesi che nel Seicento partirono per il Québec per contribuire al popolamento della Nuova Francia, e la targa ricorda che quasi seicento di loro lasciarono il porto di Dieppe. È uno di quei dettagli che rischieresti di non vedere se visitassi la città correndo, mentre dopo cinque giorni inizi a guardare anche i muri, le targhe e le iscrizioni perché ormai hai capito che dietro un angolo può esserci una storia completamente diversa.
E poi arriva la parte che forse più di tutte mi ha costretta a rallentare: il cimitero canadese.
Dopo avere trascorso giorni tra il mare, i negozi, i colori, le passeggiate, i gabbiani e le case, arrivare nel luogo nel quale sono sepolti tanti dei soldati morti durante il raid di Dieppe del 19 agosto 1942 cambia completamente il tono del viaggio. La spiaggia che hai appena fotografato, le falesie che hai guardato dal mare, quei ciottoli sui quali hai camminato diventano improvvisamente parte di un’altra storia, quella dell’Operazione Jubilee, il grande raid alleato nel quale la componente principale dell’assalto fu canadese e che provocò perdite enormi.
E lì non servono molte parole.
Basta camminare e leggere qualche nome.
Pensare alla distanza tra quel giorno del 1942 e la Dieppe che stai vivendo adesso, con i bambini sulla spiaggia, i ristoranti pieni, i negozi, i turisti, i gabbiani e il traghetto che continua a fare avanti e indietro attraverso la Manica.
È una delle cose che più mi hanno colpita di questo viaggio, perché Dieppe non nasconde la propria storia ma non vive nemmeno prigioniera di quella storia. La porta con sé e continua, con i suoi mercati, le persone che fanno la spesa, i ragazzi nei locali, le famiglie sul lungomare, le barche che partono, il traghetto che attraversa la Manica, le cabine sulla spiaggia, gli artisti che dipingono, le vecchie case che resistono, il castello che guarda tutto dall’alto e, naturalmente, i gabbiani che continuano a comportarsi come se fossero loro i proprietari.
E forse è proprio questa la cosa che mi porto via da questi cinque giorni.
Non un elenco di monumenti, non una serie di fotografie da mettere in ordine, ma una città intera fatta di immagini che si sono sovrapposte una all’altra: le strade nelle quali mi sono persa, le facciate che mi hanno fatto alzare continuamente la testa, le vetrine davanti alle quali mi sono fermata, il negozio di Harry Potter, quello pieno di cose coloratissime, i locali, il mercato, i graffiti, i ciottoli della spiaggia, il rumore del mare, il vento, le falesie bianche, le cabine colorate, il traghetto che entrava e usciva dal porto, il ponte che si apre per lasciare passare le navi, il Pollet con le sue vecchie case di pescatori, il trenino, il castello, le sale del museo, l’avorio, le mappe, le chiese, le vetrate, il panorama dal belvedere, i monumenti, le targhe, le tracce della guerra e il cimitero canadese, insieme a tutte quelle piccole cose che probabilmente nessuna guida turistica considererebbe degne di essere raccontate e che invece sono proprio quelle che mi hanno fatto sentire dentro Dieppe.
Dopo cinque giorni mi sono accorta che non stavo più semplicemente cercando cosa vedere, stavo semplicemente guardando la città. Guardavo le persone, le case, il mare, i gabbiani, i negozi, i muri, le barche e ogni tanto mi fermavo senza nemmeno sapere esattamente perché, soltanto perché qualcosa aveva attirato la mia attenzione.
Forse è questo il modo in cui preferisco viaggiare, senza la necessità di riuscire a mettere tutto perfettamente in ordine, perché una città non è un itinerario e soprattutto non è una successione di monumenti da spuntare: è fatta di cose che si accavallano, di passato e presente che camminano insieme, di luoghi importanti e di angoli insignificanti, di cose che avevi programmato e di altre che non avevi assolutamente previsto.
Dieppe, dopo cinque giorni, mi è rimasta proprio così: un po’ elegante e un po’ ruvida, antica e contemporanea, marinara e turistica, colorata e grigia, piena di storia ma assolutamente viva, con il mare davanti e le falesie alle spalle, con i suoi ponti, il castello, le chiese, i negozi, i locali, le case di mattoni, le cabine, gli artisti, i marinai, i ricordi e quei maledetti gabbiani che sembrano sapere tutto prima di noi.
E forse è proprio per questo che cinque giorni non mi sono sembrati troppi. Mi sono sembrati appena sufficienti per cominciare a capire che Dieppe non è una città che si visita una volta e poi si archivia, ma una città che devi attraversare lentamente, lasciandoti distrarre, perdendo la strada ogni tanto, fermandoti davanti a una vetrina quando non dovresti, entrando in una chiesa perché hai visto una porta aperta, salendo fino a un belvedere senza sapere esattamente cosa troverai e camminando sulla spiaggia anche quando il vento ti sposta i capelli davanti agli occhi.
E alla fine, quando te ne vai, ti accorgi che quello che hai portato via non è soltanto il ricordo di Dieppe.
È Dieppe tutta intera, con tutto il rumore, il vento, il mare, i colori, la storia, la vita e quelle piccole cose che per cinque giorni ti hanno fatto compagnia.
E se dopo aver letto questo racconto volete vedere Dieppe con i miei occhi, tutte le fotografie e tutti i video di questi cinque giorni sono disponibili sull’account Instagram del blog Blodiario, @blodiariodiantonella. Perché alcune cose, più che raccontarle, bisogna proprio vederle.
