Perché si diventa Disney Adult? Quando Disneyland Paris cura una parte dell’infanzia che abbiamo perso

Negli ultimi anni il termine Disney Adult è diventato sempre più comune, spesso utilizzato con un pizzico di ironia, altre volte con un tono apertamente sprezzante, come se un adulto che si emoziona davanti a un castello, una parata o un personaggio Disney fosse semplicemente qualcuno che si rifiuta di crescere. È una definizione che viene pronunciata con estrema leggerezza, senza chiedersi cosa possa esserci davvero dietro quella felicità apparentemente infantile, dietro quel sorriso che compare davanti a un’attrazione o dietro quelle lacrime che scendono mentre risuonano le note di uno spettacolo serale.

Eppure, ogni volta che leggo certi commenti, mi viene spontaneo pensare che spesso si giudichi senza conoscere la storia delle persone. Perché se c’è una cosa che ho imparato negli ultimi anni è che dietro ogni emozione intensa esiste quasi sempre un percorso che l’ha costruita, e il mio percorso mi ha portata a capire che il motivo per cui amo così profondamente Disneyland Paris non ha nulla a che vedere con il voler fuggire dalla realtà. Al contrario, nasce proprio dalla realtà che ho vissuto.

Avevo sette anni e mezzo quando, improvvisamente, la mia infanzia finì.

Lo ricordo con una chiarezza quasi dolorosa, anche se sono passati decenni. Mia madre aveva appena dato alla luce mia sorella e, subito dopo il parto, cadde in una profonda depressione post partum. Mio padre lavorava in fabbrica, faceva turni pesantissimi, spesso di sedici ore consecutive, e ogni giorno affrontava il viaggio da Pescara a Bussi. Era una famiglia che cercava semplicemente di andare avanti e oggi, guardando quella situazione con gli occhi dell’adulta che sono diventata, riesco perfino a comprenderne le difficoltà. Non racconto tutto questo per puntare il dito contro i miei genitori, perché appartenevano a una generazione diversa, cresciuta con un’educazione che raramente si interrogava sui bisogni emotivi dei bambini e in un periodo storico nel quale la depressione era un argomento quasi inesistente all’interno delle famiglie.

Comprendere, però, non significa cancellare quello che una bambina ha provato.

Da quel momento iniziai ad occuparmi di mia sorella in un modo che oggi definiremmo assolutamente sproporzionato per una bambina della mia età. Cambiavo pannolini, preparavo da mangiare, cercavo di tenerla occupata mentre mia madre stava male e, senza rendermene conto, iniziai lentamente a mettere da parte tutto ciò che apparteneva alla mia infanzia.

Esiste un ricordo che ancora oggi riesce a farmi male.

Era il periodo di Natale e qualcuno, sinceramente non ricordo se mia madre o mio padre, mi disse una frase che non ho mai dimenticato.

“Ormai sei grande. Babbo Natale non esiste. Siamo noi. E basta con i giocattoli.”

Avevo sette anni e mezzo.

Oggi quella frase potrebbe sembrare soltanto una verità detta un po’ troppo presto, ma per quella bambina significò molto di più. Significò che da quel momento non c’era più spazio per sognare, che era arrivato il tempo delle responsabilità, che essere piccoli non era più concesso.

Negli anni successivi quella sensazione non fece che rafforzarsi. Quando andavamo ai giardini pubblici gli altri bambini correvano e giocavano, mentre io dovevo sorvegliare mia sorella. Ricordo perfettamente il giorno in cui si infilò completamente vestita sotto una fontanella e io venni rimproverata davanti a tutti perché non ero stata capace di impedirglielo. Ricordo un’altra volta quando uscì dal parco con il suo triciclo senza che me ne accorgessi e venni trattata come una sorella irresponsabile, nonostante fossi anch’io soltanto una bambina.

Per molti anni ho pensato che fosse semplicemente andata così.

Che fosse normale.

Che tutti crescessero in quel modo.

Poi è arrivata la psicoterapia.

Durante quel percorso ho avuto il coraggio di aprire cassetti che erano rimasti chiusi per decenni, di affrontare ricordi che avevo sempre minimizzato e di comprendere, grazie al lavoro fatto insieme alla mia psicoterapeuta, che quella bambina aveva vissuto un trauma. Non un episodio isolato, ma un’intera fase della vita nella quale aveva dovuto assumere responsabilità che non appartenevano alla sua età.

Nonostante il percorso sia terminato, ci sono ricordi che ancora oggi riescono a commuovermi. Alcune ferite imparano a cicatrizzare, ma non scompaiono del tutto.

Ed è proprio qui che entra in gioco Disneyland Paris.

Molti pensano che chi ama Disney voglia semplicemente rifugiarsi in un mondo immaginario. Io la vedo esattamente al contrario.

Quando entro nel Parco non sto fingendo che la realtà non esista. Sto semplicemente concedendo finalmente spazio a quella parte di me che, per troppo tempo, non ha avuto il diritto di vivere la propria infanzia.

Mi emoziono davanti al Castello della Bella Addormentata nel Bosco, mi commuovo durante gli spettacoli, sorrido quando incontro i personaggi e provo ancora una tenerezza indescrivibile quando vedo Aurora, la principessa che da bambina amavo sopra ogni altra. So perfettamente che dietro quel costume c’è una persona, so che il castello è una scenografia straordinaria costruita con un’incredibile attenzione ai dettagli, ma questo non rende meno autentica l’emozione che provo.

Per quella bambina Aurora continua ad esistere.

E forse è proprio questo il senso più profondo dell’essere un Disney Adult.

Non voler tornare bambini.

Ma permettere finalmente al proprio bambino interiore di ricevere ciò che gli è stato negato quando ne aveva bisogno.

Credo che ognuno trovi il proprio “posto felice” in modi diversi. C’è chi lo trova nello sport, chi nella musica, chi nei viaggi, chi nell’arte. Io l’ho trovato tra le strade di Main Street U.S.A., davanti a un castello che ogni volta riesce a ricordarmi che sognare non è mai qualcosa di cui vergognarsi.

Forse è anche per questo che, quando è nata mia figlia, ho scelto consapevolmente di fare l’esatto contrario di quello che era successo a me. Non ho mai avuto fretta di farla diventare adulta, non le ho mai tolto il diritto di credere, di giocare, di immaginare e di vivere ogni fase della sua crescita rispettando i suoi tempi. Crescere sarebbe successo comunque. L’infanzia, invece, passa una volta sola e nessuno dovrebbe essere costretto a lasciarsela alle spalle troppo presto.

Per questo oggi, quando sento qualcuno prendere in giro i Disney Adult, non provo rabbia. Penso semplicemente che forse dietro quel giudizio manca una cosa fondamentale: la consapevolezza che ogni persona porta con sé una storia che gli altri non vedono.

Per qualcuno Disneyland Paris è un parco divertimenti.

Per qualcun altro è un luogo dove collezionare fotografie.

Per me è il posto in cui una bambina di sette anni e mezzo, alla quale era stato detto troppo presto che doveva diventare grande, riesce finalmente a sentirsi libera di sognare ancora.

E forse, in fondo, è proprio questo il significato più autentico della magia.

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