Come espatriare i gatti in Francia: microchip, antirabbica, passaporto europeo e viaggio in treno

Espatriare quattro gatti in Francia e restare una persona funzionale

Non è stato il momento romantico in cui ho guardato i miei gatti negli occhi e ho detto “ragazzi, si va a vivere in Francia”, con la musica in sottofondo e l’aria da film indipendente europeo, ma piuttosto una sequenza di telefonate, appunti scritti a metà, screenshot salvati male e quella sensazione molto adulta di stare facendo una cosa enorme mentre intorno a te quattro felini continuano serenamente a dormire sul bucato appena piegato.

Trasferirsi all’estero è già un esercizio di coraggio logistico; farlo con quattro gatti è un master accelerato in organizzazione, pazienza e controllo del battito cardiaco quando senti la parola “antirabbica”.

La prima cosa che ho fatto è stata chiamare la ASL, anche se in realtà il mio veterinario mi aveva già spiegato tutto con la calma di chi sa che io avrei comunque richiamato per sicurezza, perché quando si tratta di documenti e animali non esiste “mi pare di aver capito”, esiste solo “mi conferma per favore?”.
La ASL mi ha dato appuntamento, mi ha spiegato la procedura e mi ha fornito il numero da chiamare per effettuare il pagamento dei passaporti europei, che da me costano 41 euro a gatto — cifra che diventa improvvisamente significativa quando la moltiplichi per quattro e realizzi che i tuoi gatti stanno per avere un’identità internazionale ufficiale.

Sul piano sanitario il percorso è lineare, ma va rispettato senza improvvisazioni creative: microchip, vaccinazioni in regola e soprattutto vaccino antirabbico.
Il microchip si inserisce per primo, poi dopo qualche giorno si procede con l’antirabbica, e da quel momento scatta il conto alla rovescia dei 21 giorni obbligatori prima della partenza, che non sono un’opinione personale né un suggerimento elastico, ma un requisito preciso senza il quale il tuo gatto resta molto italiano.

Una volta effettuata l’antirabbica si richiama la ASL, si prende appuntamento e — dettaglio che mi ha sorpresa e sollevata — non è necessario portare fisicamente i gatti allo sportello, basta presentarsi con tutta la documentazione rilasciata dal veterinario e la ricevuta di pagamento, e in cambio ti consegnano i passaporti europei per animali da compagnia, piccoli libretti blu che hanno il potere di farti sentire contemporaneamente organizzata e leggermente sopraffatta.

Poi arriva la fase due, quella meno burocratica e più esistenziale: come li porto in Francia?

Ho valutato ogni opzione come se stessi pianificando una missione spaziale, ho fatto confronti, ho letto regolamenti, ho immaginato scenari improbabili, e alla fine ho chiamato Trenitalia per parlare con qualcuno in carne e ossa che mi spiegasse come funziona davvero il trasporto degli animali di piccola taglia.
La risposta è stata sorprendentemente rassicurante: gli animali di piccola taglia non pagano il biglietto, devono viaggiare nel trasportino rispettando le misure previste e, cosa fondamentale nel mio caso, conta il trasportino e non il numero di gatti contenuti al suo interno.

Io ne ho quattro, siamo in due, e se riusciamo a organizzare due trasportini con due gatti ciascuno nessuno avrà nulla da eccepire, perché la regola è strutturata sul contenitore e non sul censimento felino, dettaglio che mi ha evitato di immaginare viaggi multipli avanti e indietro come una pendolare con nove vite.

Nel frattempo loro, i quattro supervisori del trasloco — il bianco e nero che occupa le valigie con naturalezza, il grigio che osserva in silenzio, il bianco e rosso che sembra sempre chiedere spiegazioni e il tabby che dirige i lavori da dentro uno scatolone — assistono a tutto con l’aria di chi sa perfettamente che qualunque Paese tu scelga, la casa resterà comunque loro.

Espatriare dei gatti non è complicato, ma richiede metodo, anticipo e una certa disciplina mentale, perché le scadenze sanitarie non si discutono e i documenti vanno controllati come se stessi preparando un esame; però si può fare, si fa con ordine, e quando ti ritrovi con quattro passaporti europei in mano capisci che il trasloco non è più un’idea ma un fatto concreto, con tanto di miagolio internazionale.

Se stai pensando di farlo anche tu, sappi che non serve essere eroiche, serve essere organizzate, chiamare, richiamare, annotare, aspettare quei 21 giorni e poi partire, con la consapevolezza che la burocrazia si attraversa come tutto il resto: un passo alla volta, possibilmente con un gatto che ti dorme addosso mentre compili i moduli.

Lascia un commento