
Fate schifo (e no, non è solo una questione di estero)
Fate schifo.
E lo scrivo senza giri di parole perché a volte l’unico modo per restituire dignità a un pensiero è togliere la patina di educazione forzata e chiamare le cose con il loro nome.
Tutto parte da un fatto accaduto lontano, in un Paese che non è il nostro, sotto un cielo diverso e con un fuso orario che sembra quasi un dettaglio esotico, e in pochi minuti i social si trasformano in un tribunale popolare dove il capo d’accusa non è l’evento in sé, ma la scelta di essersi trasferiti.
“Avete voluto andare via?”
“Adesso rimanete lì.”
“Qui in Italia non sarebbe successo.”
“Vi sta bene.”
Il copione è sempre lo stesso, cambia solo la geografia.
Oggi è Dubai, ieri era Londra, l’altro ieri Berlino, domani chissà. Ogni volta che qualcosa accade a qualcuno che vive all’estero, si attiva una specie di riflesso condizionato collettivo: la soddisfazione sottile, quasi inconfessabile, di poter dire “visto?”. Come se la vita fosse una gara tra chi è partito e chi è rimasto, come se il dolore potesse diventare la prova che la propria scelta – qualunque essa sia – era quella giusta.
La verità è meno teatrale e molto più umana: nessun Paese è un’assicurazione contro gli imprevisti. Traslocare non equivale a firmare un contratto di immunità dalla sfiga. Eppure, ogni volta che qualcuno affronta un problema fuori dall’Italia, spuntano commenti intrisi di livore che nulla hanno a che vedere con la solidarietà e molto con la frustrazione.
Perché il punto non è la cronaca.
Il punto è l’idea romantica – e pericolosa – che l’Italia sia un paradiso immune da errori, tragedie, inefficienze, ingiustizie. Un luogo perfetto da cui si parte solo per capriccio e in cui, per definizione, le cose andrebbero sempre meglio.
Davvero crediamo ancora a questa favola?
Chi si trasferisce all’estero lo fa per mille motivi: lavoro, amore, curiosità, necessità, sopravvivenza emotiva, desiderio di cambiare aria. Nessuna di queste ragioni trasforma una persona in un bersaglio legittimo quando qualcosa va storto. Nessuna scelta di vita merita di essere punita con l’assenza di empatia.
E invece sotto quei post – qualunque sia il Paese coinvolto – si legge la stessa collezione di sentenze: “Statevene lì”, “Non tornate”, “Avete scelto voi”. Come se la sofferenza fosse una clausola contrattuale, come se la distanza geografica annullasse il diritto alla comprensione.
Il meccanismo è subdolo: se chi è partito inciampa, chi è rimasto si sente rassicurato. Se l’estero mostra una crepa, allora restare diventa automaticamente una scelta più saggia. È una forma di consolazione collettiva che però ha un costo altissimo: l’umanità.
La superiorità geografica non esiste.
Non esiste un passaporto che renda più degni di empatia. Non esiste una latitudine che garantisca immunità dai problemi.
Ogni Paese ha le sue contraddizioni, le sue ombre, i suoi limiti. L’Italia compresa. Idealizzarla ogni volta che qualcosa accade altrove è un modo semplice per non guardare le nostre fragilità, per non ammettere che il mondo intero è complesso, imperfetto, a volte crudele.
E allora forse la domanda non è “perché siete andati via?”, ma “perché facciamo così fatica a essere solidali quando chi soffre ha fatto una scelta diversa dalla nostra?”.
Si può non condividere.
Si può non capire.
Si può perfino pensare “io non lo farei mai”.
Quello che non si dovrebbe fare – e qui torno all’inizio – è trasformare il dolore altrui in una rivincita personale.
Non riguarda una città specifica, non riguarda un singolo episodio, non riguarda solo chi vive in un grattacielo o sotto un cielo pieno di sole artificiale. Riguarda un’abitudine radicata: quella di usare l’estero come capro espiatorio per le nostre insicurezze.
E finché continueremo a commentare con rancore ogni difficoltà di chi vive altrove, il problema non sarà mai il Paese in cui è successo qualcosa.
Il problema saremo noi.
