
C’è una cosa che ho smesso di fare da un po’: cercare la verità. Quella assoluta, granitica, valida per tutti, quella che se non la pensi così allora hai capito male la vita, il lavoro, l’amore, la maternità, il tempo libero, il caffè amaro e pure il parcheggio al supermercato.
Spoiler: non esiste.
Esistono le esperienze.
Esiste il vissuto.
Esiste la pelle (la mia, la tua) che non è intercambiabile come una cover del telefono.
Io non vedo il mondo come lo vedi tu.
E tu non lo vedi come lo vedo io.
E non perché uno dei due sia più intelligente, più evoluto, più “svegliato” (parola che ormai mi provoca l’orticaria), ma perché siamo passati da strade diverse, abbiamo inciampato in buche diverse, abbiamo pianto per motivi che all’altro magari farebbero solo alzare un sopracciglio.
E sapete una cosa?
È profondamente liberatorio.
Perché questa smania di dover stabilire chi ha ragione, chi ha torto, chi ha capito tutto e chi “vive nel mondo delle favole”, è diventata una specie di sport nazionale. Con tanto di VAR emotivo e moviola dei traumi.
Io, per esempio, ho vissuto cose che mi hanno portata a costruire una certa idea del lavoro, delle relazioni, della libertà, della dignità. Non perché abbia letto il manuale ufficiale della vita (che peraltro non mi è mai arrivato) ma perché ci sono passata dentro. Con le scarpe scomode, spesso.
E quando racconto qualcosa, non sto incidendo una tavola della legge.
Sto dicendo: “Guarda, da qui, il panorama è questo.”
Non è il panorama.
È il mio.
Poi arriva sempre qualcuno che ti spiega che no, non è così, che la realtà è un’altra, che devi vedere le cose in modo diverso, che la sua esperienza vale come unità di misura universale.
E lì mi viene da sorridere.
Perché è un po’ come dire a qualcuno: “No, non hai freddo. Io ho caldo.”
Capite il livello?
Il punto non è stabilire chi possiede la verità.
Il punto è riconoscere che esistono tante verità quanti sono i percorsi che abbiamo fatto.
La mia storia mi ha insegnato certe cose.
La tua te ne ha insegnate altre.
E non dobbiamo convincerci a vicenda come venditori porta a porta delle nostre convinzioni.
Possiamo ascoltarci.
Possiamo confrontarci.
Possiamo perfino cambiare idea… che non è un tradimento, è crescita.
Ma partire dal presupposto che l’esperienza dell’altro sia sbagliata solo perché diversa dalla nostra è una forma elegantissima di arroganza travestita da opinione.
Io non ho la verità in tasca.
Ho cicatrici, tentativi, errori clamorosi, scelte coraggiose e giornate in cui avrei voluto restare sotto il piumone a tempo indeterminato.
Ho un punto di vista.
Ed è l’unico da cui posso parlare con onestà.
Quindi no, non cerco di avere ragione.
Cerco di essere autentica.
Racconto quello che vedo, quello che ho vissuto, quello che mi ha attraversata.
Se poi tu, da un’altra finestra, vedi un paesaggio diverso, non sei contro di me.
Sei semplicemente altrove.
E forse la parte più adulta, più difficile e più rivoluzionaria di tutte è proprio questa: capire che non dobbiamo avere tutti la stessa mappa per riconoscere che stiamo camminando nello stesso mondo.
Se anche tu hai smesso di cercare la verità assoluta e hai iniziato a dare valore alla tua, raccontamelo.
Le storie non servono a stabilire chi ha ragione.
Servono a ricordarci che siamo reali. 💛
