
Ci penso spesso, ultimamente, a quei pomeriggi a Pescara in cui il mare stava lì, a due passi, indifferente alle nostre ansie adolescenziali, e noi invece eravamo aggrappati a un marciapiede, a un muretto, a un punto preciso della città che diventava il nostro centro del mondo, con la stessa solennità con cui oggi si presidia un profilo social, solo che allora il profilo eravamo noi, in piedi, in carne e ossa, con addosso tutto quello che potevamo permetterci, e tutto quello che non potevamo.
Perché no, non eravamo nella Milano da bere, non avevamo il Burghy come fondale mitologico, eppure la liturgia era identica, solo con l’odore della salsedine al posto dello smog e con quella sensazione tipica delle città di provincia in cui tutti vedono tutto, tutti sanno tutto, e quindi l’identità diventa ancora più urgente, ancora più visibile, ancora più codificata: la felpa giusta, il giubbotto giusto, le scarpe giuste, il motorino parcheggiato nel modo giusto, il modo giusto di stare appoggiati senza sembrare che stessi cercando disperatamente di essere visto.
E in quel teatro a cielo aperto si consumava una cosa che allora non avevamo le parole per nominare, ma che oggi è chiarissima: l’appartenenza come linguaggio, il consumo come alfabeto emotivo, il marchio come scorciatoia per dire “io sono dei vostri”, anche se nessuno lo diceva mai ad alta voce.
Solo che accanto a quelli perfettamente tradotti in quella lingua (pochi, meno di quanti ce li ricordiamo) c’era un mondo enorme e silenzioso di ragazzi che quella lingua la parlavano con un accento diverso, o non la parlavano proprio, perché non potevano permetterselo, perché il giubbotto era quello dell’anno prima, perché le scarpe non avevano il logo riconoscibile da lontano, perché i soldi in casa bastavano per le cose serie, non per l’identità sociale del sabato pomeriggio.
E quella distanza non veniva mai dichiarata, non c’era un cartello con scritto “tu no”, ma si sentiva lo stesso, si sentiva negli inviti che non arrivavano, negli sguardi che scivolavano via, nella postura che imparavi a correggere per fare finta che stessi lì per caso e non perché volevi essere parte di qualcosa.
Quanti eravamo?
Tanti.
Molti più di quelli con la divisa perfetta.
Perché la verità è che la memoria è selettiva e si tiene stretta l’immagine compatta del gruppo giusto, mentre lascia fuori la periferia emotiva di chi stava un passo indietro, con le mani in tasca e un’ironia già adulta per difendersi dalla sensazione di non essere abbastanza.
E adesso che guardo i ragazzi di oggi, con i loro codici velocissimi, con le estetiche che cambiano ogni tre mesi, con i telefoni che sono insieme specchio, palco e tribunale, mi accorgo che la struttura è identica, solo infinitamente più pervasiva, perché noi almeno avevamo delle pause, dei pomeriggi interi in cui nessuno ci vedeva e quindi non dovevamo dimostrare niente a nessuno, mentre loro crescono dentro uno sguardo continuo che chiede costantemente conferme.
Noi avevamo il luogo fisico: se non andavi lì, quella dinamica non esisteva.
Loro hanno un luogo che li segue ovunque.
Ma la domanda sotto è la stessa, identica, ostinata:
mi vedi?
sono dentro?
vado bene così?
E allora no, non siamo così diversi come ci piace raccontarci quando diciamo che “ai nostri tempi era meglio”, perché anche noi costruivamo una versione leggibile di noi stessi, anche noi usavamo gli oggetti per raccontare chi eravamo, anche noi misuravamo il nostro valore in base a chi ci salutava quando arrivavamo, solo che lo facevamo in uno spazio limitato, con testimoni in carne e ossa e con la possibilità, a una certa ora, di tornare a casa e smettere di essere quella versione lì.
Forse l’unica vera differenza è questa: noi abbiamo conosciuto il sollievo dell’invisibilità, loro molto meno.
Ma la cosa che mi resta addosso, quando ripenso a quei pomeriggi a Pescara, non è la nostalgia per le marche, né per la musica, né per la nostra versione locale e un po’ scomposta dei paninari, la cosa che mi resta è l’immagine di chi stava appena fuori dal cerchio e imparava prestissimo a costruirsi un’identità che non dipendesse da una giacca.
Che è una lezione durissima, perché significa crescere con la sensazione di non essere stato scelto, ma è anche una forma di libertà potentissima, perché quando smetti di chiedere al gruppo di dirti chi sei cominci a diventarlo davvero.
E forse è questo che ci unisce ai ragazzi di oggi molto più di quanto ci separi: il fatto che, sotto strati diversi di vestiti, filtri, loghi, estetiche, restiamo tutti lì, adolescenti sul nostro personale lungomare, a sperare che qualcuno si giri, ci guardi e, finalmente, ci riconosca. 💛
