Vivere con quattro gatti: personalità, dinamiche e legame emotivo tra umani e felini

Ci entro in punta di piedi, nel mio salotto popolato da code, miagolii fuori dalla porta e croccantini rubati con destrezza criminale, perché raccontare quattro gatti non è raccontare quattro gatti: è fare una seduta di psicoterapia di gruppo in cui io sono l’unica umana e loro, con grande naturalezza, hanno preso tutti i ruoli emotivi disponibili senza neanche chiedere il permesso.

La verità è che questa cosa dei mantelli l’ho sempre presa con quel misto di scetticismo e fede cieca con cui leggo gli oroscopi: non ci credo, però spiegatemi perché ci prendete sempre.

E quindi parto da lui, Matsuda, smoking cat, tuxedo cat, diplomatico in giacca da sera che in realtà è un agente della finanza affettiva, perché Matsuda non mi fa le coccole: investe.
Mi si appiccica addosso con quell’aria da “amore mio, luce della mia vita” ma dentro la sua testolina elegante c’è già il piano in tre mosse: coccola, fusione, porta aperta.
È quello che miagola fuori dalla camera come un amante ottocentesco sotto il balcone, quello che si fa prendere in braccio a peso morto come un bambino di tre anni che ha deciso che oggi non cammina, quello che con gli inserimenti degli altri ha tirato fuori il lato sindacalista incazzato perché il punto non era “non voglio altri gatti”, il punto era “il posto accanto a lei è mio”.
E io lo so, mentre lo guardo fare il ruffiano, che lui lo sa che io lo so, e in questa consapevolezza reciproca c’è il nostro matrimonio non ufficiale.

Poi c’è Marvel, il grigio, che già dal nome vive in un multiverso emotivo tutto suo, un gatto che ha firmato il consenso informato al contatto fisico e lo concede solo quando le condizioni ambientali sono favorevoli, l’umidità è quella giusta e gli astri sono allineati.
Non si fa prendere in braccio, non ama essere toccato, e qui qualcuno direbbe “eh vabbè è un gatto freddo”, ma la verità è che Marvel è il silenzio buono, quello che non invade, quello che accetta tutti subito perché lui non ha bisogno di dimostrare niente a nessuno.
È il gatto che sta nella stanza con me quando sono stanca e non fa nulla, ma in quel nulla mi abbassa il rumore del mondo.
È il respiro lungo dopo una giornata in cui ho parlato troppo.
È quello che quando decide di strusciarsi lo fa con una precisione emotiva che vale più di cento gatti appesi alle tende.

E poi Mando, il rosso, che da piccolo era sostanzialmente un documentario di National Geographic sul parkour: tende scalate come pareti del Monte Bianco, armadi conquistati, mensole vicino al soffitto trasformate in autostrade sopraelevate, la cucina vista dall’alto come un territorio da dominare.
Il diavolo.
Il caos.
Il gatto con un solo neurone acceso ma sempre in modalità festa.
E invece adesso mi guarda con quegli occhi un po’ spalancati, come se io fossi una cosa troppo grande da contenere tutta insieme, come se l’amore gli facesse quasi paura per quanto è.
Si avvicina a piccoli passi, mi fa la coccola e poi si ritira, come fanno i timidi quando tengono davvero.
E io lo so che in quel cambiamento c’è l’arrivo di Matisse, perché nelle famiglie, anche in quelle pelose, quando arriva qualcuno che si prende il ruolo del casinista ufficiale, l’ex casinista può finalmente diventare sensibile.

E infine lui, Matisse, il tabby, la bestia di Satana in formato tascabile, la scheggia impazzita che riesce a rubare le crocchette a tre gatti grandi il doppio con la naturalezza di chi sa che il carisma batte il peso corporeo.
Quello che chiacchiera, che distrugge, che vuole vivere in simbiosi, che non ha mai ricevuto il memo sulla distanza personale.
Il gatto che non consola quando sono giù ma fa una cosa molto più efficace: alza il livello della vita finché sono costretta a rientrarci dentro.

E allora succede questa cosa bellissima che nessuno mi aveva detto quando ho preso il primo gatto (che poi sono diventati quattro, perché le famiglie vere fanno così, si allargano senza chiedere il permesso alla logica) e cioè che a un certo punto mi accorgo che loro non sono solo caratteri diversi.
Sono funzioni emotive.

Matsuda è quello che mi ama in modo dichiarato, teatrale, quotidiano, quello che mi cerca quando chiudo una porta perché una porta chiusa tra noi è un errore dell’universo.

Marvel è quello che mi tiene in equilibrio senza toccarmi, la presenza che non chiede e proprio per questo cura.

Mando è il lato materno, quello che mi fa dire “amore ma che hai” con una voce che non uso con nessun umano adulto.

Matisse è il mio alter ego iperattivo, quello che mi trascina fuori dalla testa e mi riporta nel corpo, nella risata, nel presente.

E la verità, quella che non ti dicono nelle guide su “convivere con più gatti”, è che non sono io che ho costruito un gruppo.
È il gruppo che ha costruito me in quattro versioni diverse della stessa persona.

Perché quando sto male uno mi si incolla addosso, uno compare in silenzio, uno mi guarda come se sentisse tutto, uno fa il pazzo per farmi ridere.
Una rete di sicurezza emotiva con le vibrisse.

E allora sì, forse la storia dei mantelli non è scienza, forse è solo quel modo che abbiamo di cercare schemi per raccontare l’amore.

Ma la verità è molto più semplice e molto più grande: non ho quattro gatti.

Ho un compagno, un monaco,
un figlio emotivo e un’anima gemella in versione distruttiva.

E vivo dentro una casa che respira con me. 🐾💛

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