Nati negli anni ’70: la generazione che ha visto nascere tecnologia, internet e musica digitale

Ci sono oggetti che per Lucrezia non sono vintage, non sono modernariato, non sono nemmeno “cose”: sono reperti archeologici con cui sua madre ha un rapporto affettivo sospetto, tipo le cassette tenute in una scatola che non si butta “perché dentro c’è la mia adolescenza”, e già solo questa frase basterebbe a far capire il punto, ma il punto vero è arrivato quando mi ha guardata e mi ha detto, con quella semplicità con cui i figli ti smontano la percezione della realtà:
«Mamma, ma voi avete vissuto tutto».

E in quel “tutto” c’era una parola che io non avevo mai usato per definire la mia generazione, noi nati negli anni Settanta, quelli cresciuti in un mondo che cambiava senza chiederci il permesso e senza darci il libretto di istruzioni, quelli che hanno fatto in tempo a conoscere la lentezza prima che diventasse un lusso.

Perché sì, abbiamo avuto la musica che si toccava (il vinile appoggiato piano, la puntina, il fruscio) e poi la musica che si registrava aspettando il momento giusto alla radio, e poi quella che saltava di traccia con il telecomando del lettore CD come se fosse fantascienza, e adesso abbiamo tutta la musica del mondo in tasca mentre facciamo la spesa, e il vero problema è scegliere.

Abbiamo avuto i telefoni con il filo, le telefonate con i genitori in sottofondo che dicevano “chiudi che arriva la bolletta”, le cabine telefoniche con i gettoni tenuti in tasca come se fossero monete d’oro, e adesso facciamo videochiamate mentre cerchiamo le chiavi in borsa e contemporaneamente rispondiamo a un messaggio vocale.

Abbiamo avuto le fotografie che si ritiravano dopo giorni (e le guardavi tutte, anche quelle venute male, soprattutto quelle venute male) e adesso abbiamo migliaia di immagini che scorriamo con il pollice senza fermarci, come se la memoria fosse diventata una timeline.

Abbiamo visto arrivare i primi computer quando erano oggetti misteriosi che occupavano metà scrivania, abbiamo sentito il suono del modem che era insieme promessa e condanna (“non alzate il telefono!”), abbiamo avuto le prime e-mail lette con l’emozione con cui si apriva una lettera vera, e adesso viviamo dentro una connessione permanente che ci sembra normale solo perché ci siamo abituati.

Noi siamo l’unica generazione che ha fatto da cerniera tra due mondi senza rendercene conto.

Gli ultimi a uscire di casa senza essere rintracciabili.
I primi a mandare la posizione in tempo reale.

Gli ultimi ad annoiarsi davvero.
I primi a non avere più il tempo di farlo.

E la cosa che mi fa sorridere è che per anni ci hanno chiamati “generazione di mezzo”, come se fossimo una parentesi tra chi aveva fatto la storia e chi corre più veloce di noi, quando in realtà siamo stati il passaggio più grande: non abbiamo solo visto il cambiamento, lo abbiamo imparato ogni volta da capo, con quella fatica meravigliosa che ha chi deve aggiornarsi da adulto e non per nascita.

Abbiamo imparato a scrivere a macchina e poi al computer.

A sviluppare rullini e poi a fare storie su Instagram.

A cercare informazioni sull’enciclopedia e poi su Google.

Due volte tutto.

E forse è per questo che abbiamo un rapporto così emotivo con le cose: perché sappiamo cosa significa quando una cosa arriva per la prima volta.

Quando Lucrezia mi ha detto quella frase non stava facendo un’analisi sociologica, stava guardando me che passo con naturalezza da un ricordo su una cassetta a una playlist condivisa, che so cosa significa aspettare e so cosa significa avere subito, che posso spiegare cos’era il mondo prima di internet ma posso anche vivere perfettamente dentro quello di adesso.

E lì ho capito che non siamo una generazione nostalgica.
Siamo una generazione di traduttori.

Traduciamo il passato al presente e il presente al passato, continuamente.

E forse il nostro vero superpotere è questo: avere radici abbastanza profonde da non perderci e ali abbastanza allenate da non restare indietro.
Che poi, se ci penso, è esattamente quello che facciamo anche con i figli: gli raccontiamo com’era il mondo prima, mentre impariamo da loro com’è diventato.

E in questo dialogo c’è tutta la nostra epoca.
Noi che abbiamo vissuto tutto.
Loro che vivranno qualcosa che noi non possiamo nemmeno immaginare.

E in mezzo (bellissimo, faticoso, velocissimo) il tempo che continua a cambiarci senza mai toglierci la capacità di raccontarlo.

Se anche tu sei della classe analogica con aggiornamento digitale incluso, dimmi qual è la cosa che ti fa dire “noi questa l’abbiamo vista nascere”.
Il primo walkman?
Il primo Nokia indistruttibile?
Il modem che occupava la linea di casa?
Facciamo un censimento emotivo della nostra rivoluzione.

2 pensieri riguardo “Nati negli anni ’70: la generazione che ha visto nascere tecnologia, internet e musica digitale

Lascia un commento