
“I parchi non sono cultura.”
La frase arriva quasi sempre nello stesso modo: tono pacato, sicurezza granitica, quella postura da persona che sta ristabilendo un ordine naturale delle cose, come se stesse separando ciò che è degno di essere pensato da ciò che può essere serenamente relegato nel reparto zucchero filato e gadget luminosi.
Di solito la pronuncia qualcuno che ama molto i musei (e questo è bellissimo, perché i musei sono luoghi necessari) ma ama molto meno tutto ciò che non riconosce immediatamente come legittimo, qualcuno che confonde il divertimento con la superficialità e la leggerezza con la mancanza di contenuto, e mentre lo dice lascia sospesa nell’aria una sottile gerarchia: io leggo, tu fai le giostre.
Respiriamo, perché qui non si tratta di difendere i parchi, si tratta di capire cosa intendiamo davvero quando usiamo la parola cultura.
Se cultura è produzione di immaginario, se è costruzione di narrazioni collettive, se è un sistema di simboli che ci permette di riconoscerci, se sono luoghi che influenzano il nostro modo di pensare, di sentire, di ricordare e perfino di desiderare, allora i parchi a tema non sono un corpo estraneo ma uno degli spazi più evidenti in cui tutto questo accade, con la sola differenza che non chiedono il silenzio, non impongono una distanza, non richiedono una postura composta per essere attraversati.
Un parco a tema è un testo complesso che si legge camminando: è architettura che costruisce significati, scenografia che orienta lo sguardo, musica che lavora sulle emozioni in tempo reale, costume che definisce identità, scrittura che organizza le storie, regia che gestisce i flussi, psicologia del pubblico applicata con una precisione che raramente si incontra altrove, e tutto questo accade mentre le persone non sono spettatrici ma presenze vive dentro la narrazione.
Se questa non è una forma culturale stratificata, allora davvero dovremmo pensare che si tratti di un gigantesco errore urbanistico dal costo vertiginoso, e l’idea fa quasi tenerezza.
Perché i parchi, anche quando raccontano mondi lontani o futuri immaginari, stanno parlando di noi, delle nostre paure, dei nostri desideri, dei miti moderni che continuiamo a riscrivere, delle nostalgie collettive che ci tengono insieme, delle idee di progresso che ci portiamo dietro da generazioni.
Fantasyland, Discoveryland, Frontierland non sono quartieri scenografici: sono capitoli dell’immaginazione occidentale, dispositivi narrativi che funzionano esattamente come i grandi generi della letteratura o del cinema, solo che invece di sfogliarli con le dita li attraversi con il corpo, invece di stare in silenzio puoi ridere, parlare, emozionarti.
Ed è proprio qui che nasce il corto circuito, perché il vero problema non sono i parchi ma il divertimento.
Nella nostra educazione sentimentale è rimasta incastrata l’idea che ciò che ci fa stare bene non possa essere anche profondo, che la riflessione debba avere per forza un volto serio, che la felicità non sia un’esperienza culturalmente legittima, come se la cultura dovesse sempre passare attraverso una forma di fatica visibile, di distanza, di concentrazione austera.
E allora la domanda diventa inevitabile: chi decide cosa è cultura?
Chi stabilisce i confini?
Molto spesso sono gli stessi che quei confini li hanno già abitati, che diffidano di ciò che parla a molti perché lo associano automaticamente alla semplificazione, che confondono l’élite con la profondità, dimenticando che la cultura viva è quella che attraversa le generazioni, che crea linguaggi comuni, che costruisce memoria condivisa.
Esattamente quello che fanno i parchi.
Dire che non sono cultura è come dire che il cinema popolare non è arte, che la musica che cantano tutti non ha valore, che ciò che emoziona le masse è automaticamente inferiore: non è un’analisi, è una gerarchia mascherata da pensiero critico.
La verità è molto più semplice e molto più potente: i parchi sono cultura, solo che non chiedono il permesso, non sentono il bisogno di essere legittimati prima di esistere, non si preoccupano di sembrare seri per essere profondi.
Esistono, parlano, costruiscono immaginario, e mentre qualcuno continua a considerarli “solo giostre”, loro stanno già facendo ciò che la cultura fa da sempre: raccontarci, insieme. 🎢✨
