
C’è sempre qualcuno che lo dice con quell’aria da persona che ha capito tutto prima degli altri, leggermente inclinato all’indietro sulla sedia, le braccia conserte e il mezzo sorriso di chi sta per smontarti un’illusione: «Disney è solo marketing».
E in quel momento non sta parlando davvero di Disney, sta parlando di una presunta superiorità emotiva, di quella distanza che alcuni rivendicano come se fosse una forma di intelligenza, come se lasciarsi toccare dalle storie fosse una debolezza e non, invece, una competenza profondissima dell’essere umani.
Io, quando lo sento dire, non rispondo subito, perché per smontare questa frase bisogna fare un viaggio all’indietro, tornare in un tempo in cui non sapevamo cosa fosse una strategia di branding, in cui non esisteva il cinismo come postura sociale, in cui bastava una scena animata per farci piangere senza provare imbarazzo e senza sentirci ingenui, e lì dentro, in quel punto preciso della memoria, il marketing non c’era, c’eravamo noi, con la nostra capacità purissima di riconoscerci in una storia.
Il marketing può accendere un riflettore, può spingerti ad avvicinarti, può ricordarti che qualcosa esiste, può persino convincerti a fare un primo passo verso un film, un personaggio, un parco, ma non può costruire da solo un legame che dura una vita intera, non può farti ritrovare a cinquant’anni con la gola chiusa appena partono le prime note di una colonna sonora, non può trasformare una battuta in un linguaggio condiviso con persone che non conosci ma che, improvvisamente, senti appartenerti; quello non è marketing, quello è radicamento emotivo, è memoria che si è sedimentata nel tempo fino a diventare identità.
Perché prima di qualunque logo stampato su una felpa, prima delle tazze allineate sugli scaffali, prima delle orecchie comprate “solo per una foto”, c’è sempre stata una storia che ti ha attraversata, un personaggio in cui ti sei riconosciuta quando non riuscivi a riconoscerti nella realtà, un viaggio narrativo che ti ha insegnato qualcosa su chi eri e su chi volevi diventare, e il merchandising arriva sempre dopo, come una conseguenza, come un modo per portarti a casa un frammento tangibile di qualcosa che in realtà è intangibile.
Il vero punto, quello che spesso sfugge a chi liquida tutto con la parola marketing, è la coerenza emotiva costruita nel tempo, la capacità rarissima di parlare lo stesso linguaggio a generazioni diverse senza tradire il patto originario, perché tu nel frattempo sei cambiata, ti sei indurita, hai imparato a difenderti, hai sviluppato quel disincanto che scambi per maturità, eppure quando rientri in quel mondo (che sia attraverso un film o attraversando il cancello di un parco) ritrovi un codice emotivo che ti riconosce ancora, che non ti chiede di tornare bambina ma ti permette di non dover essere sempre adulta.
Ed è qui che il discorso sui parchi diventa inevitabile, perché dire che “vendono giostre” è come dire che un museo vende quadri: tecnicamente vero, sostanzialmente cieco.
Nei parchi Disney tu compri tempo sospeso, compri uno spazio mentale in cui il rumore di fondo si abbassa, in cui la performance quotidiana smette per qualche ora di essere necessaria, in cui puoi camminare senza dover dimostrare niente a nessuno, e il marketing può anche averti portata fino al cancello, può averti convinta a prenotare quel viaggio, ma non può creare la sensazione fisica e quasi commovente di sentirti a casa in un luogo che, razionalmente, casa tua non è.
Poi arriva l’obiezione economica, quella che dovrebbe chiudere la conversazione con un colpo secco: «Eh ma fanno soldi».
Certo che fanno soldi, come li fanno i libri che ci hanno cambiato la vita, i film che ci hanno tenuto insieme quando eravamo a pezzi, la musica che abbiamo ascoltato in loop per sopravvivere a certi periodi, e pensare che il valore culturale di qualcosa venga annullato dal fatto che esista anche un’industria attorno significa accettare un’idea pericolosa, cioè che ciò che funziona non possa essere autentico, che il successo sia sempre sospetto, che l’emozione debba essere di nicchia per essere considerata vera.
Alla fine, quando qualcuno dice che Disney è solo marketing, io sento sempre una frase non detta, una specie di autodifesa emotiva travestita da analisi lucida, perché è molto più facile svalutare ciò che muove milioni di persone che ammettere di non voler (o non riuscire) a entrare in quel livello di coinvolgimento, ed è una posizione legittima, per carità, ma non è una verità.
Disney non è solo marketing: è un archivio di memoria condivisa, è un sistema narrativo che ha attraversato decenni restando riconoscibile, è un rifugio emotivo che continua a funzionare anche quando tu cambi, ed è per questo che il marketing, da solo, non basterebbe a tenerlo in piedi neanche per cinque anni.
Funziona perché sotto c’è qualcosa che ha radici profonde, qualcosa che abbiamo incontrato quando eravamo ancora senza difese e che, in un modo quasi misterioso, continua a parlarci anche adesso che le difese le abbiamo costruite tutte.
Ed è lì che capisci che non stai difendendo un brand, stai difendendo un pezzo della tua storia. 🏰✨
