
La parola “bontà” è ovunque: nei discorsi, nei libri, nelle omelie, nelle frasi motivazionali che girano sui social.
Ma se ci fermiamo un attimo a pensarci, cosa significa davvero essere “buoni”?
Di solito la immaginiamo come qualcosa di semplice, quasi ingenuo: sorridere sempre, accontentare gli altri, non fare mai polemica. Ma quella non è bontà. Quella è compiacenza, o peggio: paura del conflitto.
La bontà, quella autentica, è tutt’altro che superficiale. Non ha niente a che vedere con la finta dolcezza di chi “fa il bravo” per convenienza. È una scelta di sguardi e di azioni.
Siamo abituati ad associare la bontà alla fragilità. “Sei troppo buono, se ne approfittano.”
Quante volte l’abbiamo sentita questa frase?
Ma la verità è che la bontà non è cedere. Non è rinunciare a sé stessi. Non è dire sempre di sì per paura di deludere.
La bontà è forza. Forza di restare coerenti, forza di non indurirsi anche quando il mondo sembra spingere nella direzione opposta. Forza di trattare l’altro come essere umano e non come strumento.
Essere buoni vuol dire avere la lucidità di scegliere la gentilezza anche quando sarebbe più facile rispondere con durezza. Vuol dire fermarsi un secondo in più, quando tutti hanno fretta. Vuol dire avere il coraggio di non restituire cattiveria a cattiveria.
Non è comodo. Non è conveniente. Ma è autentico.
Spesso pensiamo che la bontà debba esprimersi in grandi gesti, quasi eroici.
In realtà, la bontà vera vive nei dettagli.
Salutare chi normalmente viene ignorato.
Offrire ascolto senza la fretta di dire la nostra.
Non approfittarsi di un errore altrui, anche se ci darebbe un vantaggio.
Dire un “grazie” sincero anche per le cose piccole.
Chiedere scusa, quando sbagliamo.
Non sono atti spettacolari, nessuno li racconterà sui giornali. Ma sono proprio questi a cambiare le relazioni, a far sentire all’altro che esiste, che conta.
La bontà non si misura nei proclami, ma nella capacità di rendere più leggero il peso di una giornata, di creare un varco di umanità nel ritmo frenetico che viviamo.
Non nascondiamolo: essere buoni è un rischio.
C’è sempre la possibilità di essere fraintesi, manipolati, messi da parte. È più “sicuro” mostrarsi duri, cinici, impenetrabili.
Ma se tutti scegliessimo quella sicurezza, il mondo diventerebbe rapidamente invivibile.
La bontà invece rompe gli schemi. Non perché ignora la cattiveria, ma perché non si lascia determinare da essa. È come dire: “So che potrei chiudermi, ma scelgo comunque di aprirmi.”
E questo, paradossalmente, è un atto di enorme libertà.
Forse la bontà è la forma di coraggio più radicale che abbiamo a disposizione.
In un contesto che spesso premia la furbizia, la durezza, il calcolo, scegliere di restare buoni è un gesto rivoluzionario.
Non significa essere perfetti. Non significa non arrabbiarsi mai. Non significa nemmeno non difendere i propri confini.
Significa, piuttosto, continuare a guardare il mondo con un occhio che non cede al cinismo totale.
La bontà è la prova che possiamo essere umani senza smettere di essere forti.
E allora, cos’è davvero la bontà?
È il coraggio silenzioso di non lasciare che l’amarezza ci indurisca.
È la scelta quotidiana di dare dignità all’altro, fosse anche per un istante.
È una forza nascosta, che non ha bisogno di applausi per esistere.
Forse, la prossima volta che pensiamo alla bontà come a qualcosa di “debole”, potremmo provare a guardarla da quest’altro punto di vista: quello di una forza ostinata, rivoluzionaria e profondamente umana.
E allora la vera domanda diventa: quante volte, nella nostra giornata, scegliamo davvero di esserlo?

Nel tuo post hai scritto che chi non fa mai polemica lo fa per compiacenza (ovvero per piacere agli altri) o per paura del conflitto. Quali che siano le sue motivazioni, io ti dico: menomale che esistono delle persone così. Nella mia vita infatti mi è capitato più spesso di incontrare delle persone di tipo opposto, ovvero che scatenavano dei litigi furibondi per delle sciocchezze alle quali qualsiasi persona con un minimo di buon senso non avrebbe neanche fatto caso. Alla base di queste reazioni sproporzionate c’è una profonda incapacità di distinguere ciò che è grave da ciò che non lo è: se non hai questa capacità di discernimento, ai tuoi occhi anche la minuzia più irrilevante diventa un motivo più che valido per esplodere dalla rabbia. E se fai notare a una persona con questo problema che sta facendo un macello per una piccolezza, l’unico risultato che otterrai sarà farla arrabbiare ancora di più, perché quella frase se l’è già sentita ripetere tante volte in passato, ed è stanca di sentirsela dire.
Questa tendenza ad avere delle improvvise ed eccessive esplosioni di rabbia in psicologia è chiamata “disturbo esplosivo intermittente”: è un disturbo poco conosciuto, ma a mio giudizio sono tantissime le persone che ne soffrono, perché in vita mia mi è capitato molte volte di averci a che fare. O le ho beccate tutte io le vittime di questo disturbo, oppure è evidente che si tratta di un vero e proprio fenomeno.
Talvolta le persone hanno delle esplosioni sproporzionate per un altro motivo: non perché non sanno distinguere ciò che è grave da ciò che non lo è, ma perché sono piene di rabbia e di frustrazione per motivi loro, e quindi appena gli capita un minimo pretesto per sputare fuori tutto il veleno che hanno dentro ci si buttano a capofitto. A differenza di chi soffre di un disturbo esplosivo intermittente, loro lo sanno benissimo che stanno scatenando un pandemonio per una cosa da nulla, ma lo fanno lo stesso, perché sentono il bisogno di sfogarsi e di riversare sul primo che gli capita a tiro tutta la bile che hanno dentro. Purtroppo ho avuto la sfortuna di incontrare anche persone di questo tipo, e ne ho tratto un grande insegnamento: chi si comporta così ha dei problemi con se stesso, non con gli altri. Di conseguenza, il presupposto fondamentale per stare bene con gli altri è stare bene con se stessi. Se hai qualcosa che ti rode dentro (rabbia, frustrazione, invidia eccetera) fai di tutto per liberartene, perché comprometterà non solo la tua serenità, ma anche i tuoi rapporti con gli altri. Per liberarsene bisogna avere la dote di cui hai parlato nel tuo post, ovvero la forza di non indurirsi, di non avvelenarsi anche quando ci capita qualcosa che potrebbe causare in noi quell’effetto.
Un altro punto del tuo post che mi ha colpito è quello in cui scrivi che, se compi un atto di bontà come non approfittarsi di un errore altrui anche se ci darebbe un vantaggio, nessuno lo racconterà sui giornali. Ebbene, in realtà 2 anni fa c’è stato un atto di bontà di questo tipo che sui giornali ci è finito davvero: https://www.dagospia.com/sport/si-e-fair-play-durante-finale-dei-campionati-italiani-under-23-scherma-349992
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Grazie per il tuo commento così articolato (e per il link: finalmente una storia di fair play che non riguarda gattini salvati dai vigili del fuoco 😅).
Hai ragione: ci sono persone che trasformano ogni briciola in un’Apocalisse privata, e lì non parliamo di conflitto sano ma di pura incapacità di regolazione emotiva. Il punto, però, è proprio questo: distinguere tra il litigare per qualsiasi sciocchezza (distruttivo e tossico) e l’evitare sempre la polemica (altrettanto problematico, perché annulla la possibilità di esprimersi davvero).
Io non vedo le cose in bianco e nero: per me il problema non è tanto chi litiga o chi tace, ma chi non ha il coraggio o la capacità di scegliere consapevolmente quando vale la pena discutere e quando no. La polemica non è automaticamente un male: a volte è un atto di onestà e di amore (verso sé stessi o verso gli altri). Altre volte è solo sfogo sterile, certo.
Quindi sì, menomale che esistono persone pacifiche. Ma menomale anche che esistono quelle che non si fanno piacere tutto per paura del conflitto. Perché se no, a forza di compiacere, ci ritroviamo a vivere in un condominio di finti Buddha con l’ulcera gastrica. 😉
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Hai detto bene: la capacità di scegliere consapevolmente quando vale la pena discutere e quando no è una grande dote. E’ anche è un vero e proprio spartiacque riguardo alle relazioni sociali: chi ha questa dote è pieno di amici, chi non ce l’ha viene evitato come la peste, perché come hai detto tu non c’è niente di più tossico che frequentare qualcuno che dà in escandescenze per ogni minima sciocchezza. Grazie a te per la risposta! 🙂
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