Dalla diretta streaming alla tragedia: fino a che punto stiamo arrivando?

La morte di Jean Pormanove in diretta streaming non è solo una tragedia individuale. È lo specchio di un’epoca che ha smarrito la misura.

Un uomo di 46 anni, seguito da centinaia di migliaia di persone, ha trovato la sua “fama” nell’umiliazione, nella violenza, nella sofferenza resa spettacolo. Dodici giorni di diretta, sevizie, torture che migliaia di follower hanno guardato, commentato, sostenuto persino con donazioni. Alla fine: un corpo senza vita e 36 mila euro raccolti.

E allora la domanda non è più solo: come sia potuto accadere. La domanda più inquietante è: perché lo abbiamo guardato, condiviso, sostenuto?

Viviamo in un tempo in cui la linea tra intrattenimento e disumanità si assottiglia fino a scomparire. Un tempo in cui la logica del “like”, del “follow” e della monetizzazione sembra giustificare tutto, persino la violenza estrema.

Non è più solo spettacolo. È un’arena.
Non è più solo intrattenimento. È una deriva.

👉 Fino a che punto stiamo arrivando?
Al punto in cui la sofferenza reale di un essere umano diventa contenuto virale. Al punto in cui un algoritmo decide che la violenza è “engagement”. Al punto in cui la morte in diretta non è più uno scandalo, ma un trend.

E allora la responsabilità non è solo delle piattaforme che non regolano, né solo di chi ha spinto quel contenuto. È anche nostra, di noi che guardiamo, che clicchiamo, che restiamo lì a fissare lo schermo.

Se questo è il futuro dell’intrattenimento, non è progresso. È un ritorno indietro: ai gladiatori, al Colosseo, ma con una differenza. Oggi non siamo spettatori seduti in un’arena. Siamo spettatori complici, connessi, che applaudono con un click.

💡 E allora: fino a che punto vogliamo arrivare? E soprattutto: siamo ancora in tempo per fermarci?

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