
Ho fatto terapia cognitivo-comportamentale per quasi due anni e posso dire che, senza esagerare, mi ha rimesso insieme. Non mi ha trasformata nella versione zen da pubblicità della camomilla, ma mi ha fatto capire i meccanismi del mio cervello: chi e cosa mi hanno spinto ad avere certi ragionamenti contorti che poi si traducevano in comportamenti altrettanto disfunzionali.
All’inizio è stata dura. Ricordo ancora quando mi sentii male in un supermercato: tachicardia, sudore freddo, il cuore che sembrava pronto a sfondarmi il petto. Non capivo cosa stesse succedendo, ma di una cosa ero sicura: stavo male, malissimo. Andai dal mio medico di base, che mi mandò da una psichiatra. Dopo la prima seduta capii subito che non era la strada giusta. Non avevo bisogno di farmi imbottire di pillole senza neanche aver compreso perché stavo così. Poi incontrai la mia psicoterapeuta. E la prima cosa che mi disse, guardandomi negli occhi, fu: “Ma lei, Antonella, non ha bisogno di andare da una psichiatra”. E lì, senza nemmeno saperlo, era cominciata la mia guarigione.
La terapia cognitivo-comportamentale è stata, per me, una palestra. Una palestra mentale dove non sollevi pesi, ma impari a sollevarti dai pensieri tossici. E non è affatto facile: all’inizio è faticoso, ti sembra di non fare progressi, di essere sempre punto e a capo. Poi un giorno ti accorgi che qualcosa è cambiato. Ti trovi in una situazione che prima ti avrebbe fatto crollare, e invece reagisci in un altro modo. Non sei immune alla paura, non sei “guarita” come dalla febbre, ma sei diversa. Più consapevole. Più equipaggiata.
Il bello della TCC è che ti mette davanti a quelle vocine interiori che si spacciano per la verità assoluta: “fallirai sempre”, “nessuno ti vuole bene”, “non sei abbastanza”. Non sono verità, sono bug del sistema. E in terapia impari a riconoscerli e a rispondere: “Ok, grazie per il contributo, ma oggi decido io”.
E qui veniamo al punto dolente: intorno alla salute mentale regna ancora un’ignoranza spaventosa.
Molti confondono psichiatra, psicologo e psicoterapeuta come se fossero ruoli intercambiabili. Lo psichiatra è un medico che prescrive farmaci, lo psicologo si occupa di valutazione e sostegno, lo psicoterapeuta lavora con la terapia vera e propria. Sono figure diverse, ognuna con la sua competenza, ma per tanti sono un grande minestrone indistinto: “vai da uno di quelli lì e fatti passare”.
E poi c’è lo stigma. Perché se ti rompi un piede e vai dall’ortopedico, nessuno ti dice niente. Se ti rompi dentro e vai da una psicoterapeuta, invece, sembra di confessare un crimine. Non solo devi fare i conti con le tue paure, ma anche con la vergogna sociale di dire “faccio terapia”. Una vergogna che ti cuciscono addosso gli altri, come se occuparsi della mente fosse un lusso, un vizio o peggio ancora un segnale di debolezza.
Ecco, io lo dico senza problemi: ho fatto terapia e mi ha salvato. Mi ha tolto da una prigione invisibile e mi ha dato strumenti concreti per affrontare la vita. Non è vergogna, è cura. Non è debolezza, è coraggio. Perché imparare a smettere di combattere contro se stessi e iniziare a vivere davvero è la forma più alta di dignità che ci possiamo concedere.
E chi ancora oggi storce il naso quando sente la parola “terapia”, può continuare pure a credere che lo spritz con gli amici il venerdì sera sia la soluzione universale. Io, nel dubbio, preferisco una testa allenata piuttosto che un fegato sfasciato.
