
Erano anni fa.
Lucrezia non aveva treccine, ma aveva quello sguardo grande, curioso, che sembrava voler mangiare il mondo un pezzetto alla volta. Sempre con il suo zainetto in spalla, pronta a tirar fuori la fotocamera appena vedeva qualcosa che la colpiva.
Quell’estate il mio cuore mi aveva indicato la strada: niente Germania, niente mete “da catalogo”. Sarebbe stato il Belgio. Non per turismo, ma per riabbracciare la parte di famiglia che non vedevo da oltre trent’anni. Da lassù, mia nonna avrebbe sorriso.
Il primo giorno partimmo con una valigia che superava il peso consentito (ma per fortuna chiusero un occhio) e con l’emozione di chi sta andando incontro a un pezzo di vita lasciato indietro. Atterrammo a Charleroi sotto una pioggia fitta, ma appena vedemmo il cugino di mia madre, gli abbracci e le risate fecero sparire ogni nuvola.
L’appartamento a Rue Huart Chapel diventò il nostro rifugio. Lucrezia girava per le stanze controllando ogni angolo, commentando ogni piccola cosa che trovava (“Mamma, guarda! Ci hanno lasciato anche i biscotti!”). Dal finestrone guardavo il cielo che si scuriva lentamente… erano le 22:03, e ancora luce. “Mamma… è tardi o presto?” chiese. Risi.
Poi arrivarono i pranzi con i parenti, la zia che sembrava mia nonna al punto da farmi scendere una lacrima, la cugina con i regali presi a Disneyland, e quel senso di appartenenza che non sentivo da tempo.
Bruxelles ci accolse con la Grand Place bagnata dalla pioggia, il cameriere che le tagliò la gaufre come un gentiluomo, due signore che ci scattarono una foto tutti insieme. Lucrezia, intrufolandosi tra la folla, arrivò dritta davanti al Manneken Pis e scoprì la leggenda dell’incendio spento con la pipì. “Mamma, hai capito? Lo ha spento con la pipì! Ne prendo due di statuette: una per me e una per il maestro di karate!”
Il giorno di Plopsaland era quello che aspettava da due anni. La vidi fermarsi davanti al portone gigante, occhi spalancati, antennine dell’Ape Maya in testa, e dirmi: “Mamma… anche questa volta ci sei riuscita.”
E poi Dinant con la teleferica, Ostenda con le sculture di sabbia Disney, Brugge con i suoi canali da cartolina. Lucrezia scattava foto, faceva domande senza sosta, rideva. Io la guardavo, consapevole che quei momenti si sarebbero trasformati presto in ricordi preziosi.
Il giorno della partenza fu il più silenzioso. Gli abbracci durarono più del solito. In aeroporto, lei fissava gli aerei decollare.
“Questa estate la porteremo sempre con noi,” le dissi.
E lei: “Io me la ricorderò per sempre, mamma.”
Aveva ragione.
Perché certe estati non finiscono mai: restano nei racconti, nelle foto… e negli occhi di una bambina con lo zainetto, pronta a scoprire il mondo sotto la pioggia del Belgio e con il sole nel cuore. 💛
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