Vieste, zanzare e disagio: la mia prima (e ultima) volta in campeggio

Ci sono viaggi che ti restano nel cuore. E altri che ti restano nella cervicale.
Vieste, per me, è stato entrambi.

L’idea era semplice: mare, natura, libertà. La realtà? Un mix tra Trainspotting e Bear Grylls – l’edizione pugliese.
Sono partita piena di entusiasmo, zaino in spalla, con un treno regionale che definire “vintage” sarebbe stato un complimento. Poi cambio a Foggia (dove ho perso il pullman per due minuti netti e sono rimasta a fissare il cartello “prossima corsa tra 3 ore” come se fosse una minaccia), e infine un autobus che pareva uscito da un film neorealista, con l’autista che ascoltava liscio e frenava solo quando gli pareva.

Quando finalmente arrivo a Vieste, ho già la sensazione che il mio corpo non si raddrizzerà più.

Il campeggio sembrava carino sul sito. Ecco, sul sito. Nella realtà era un campo minato di sassi, formiche, umidità e bambini urlanti che sembravano tutti in fase REM a voce alta. La tenda? Un forno crematorio di giorno e un frigorifero industriale di notte.
La prima mattina mi sveglio con un insetto non identificato nella scarpa e capisco che questo non è il mio habitat naturale. Io ho bisogno di un letto, una porta, un bagno con lo sciacquone e una distanza di sicurezza tra me e la fauna locale.

Ma Vieste.
Vieste ti perdona tutto.

Con le sue scogliere bianche che sembrano cadute da un sogno greco, i vicoletti bianchi dove ti perdi tra balconcini fioriti e vecchiette con lo sguardo ironico, il faraglione di Pizzomunno che ha più leggenda che pietra, e quel mare (quel mare!) che ti rimette insieme anche se dormi su un materassino sgonfio e ti svegli con la schiena a forma di punto interrogativo.

Una sera, mangiando pane e pomodoro con vista sul porto (perché la mia cucina da campeggio era un fornellino depresso), ho pensato che a volte serve anche questo: uscire dal comfort, rotolarsi nel disagio e poi ritrovare il bello.
Vieste me l’ha insegnato con gentilezza, anche mentre mi pungevano le zanzare.

È stato il mio primo campeggio. Anche l’ultimo. Ma Vieste… lei resta. E, la prossima volta, ci torno. Con una stanza vera.

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