
Mi ero alzata presto quella mattina. Troppo presto per una che ha il cuore marittimo ma lo stomaco da montagna. Termoli era lì, che ancora sbadigliava sotto un cielo color acciaio lucido, e io con lo zaino pieno di costumi e aspettative. Davanti a me, il traghetto. Dietro di me, l’ultima brioche col cappuccino (quella che poi ho rimpianto, mentre le onde decidevano di ballare il tip-tap sull’Adriatico).
Alle Isole Tremiti ci si arriva solo così: per mare, o per miracolo. E io ho scelto il metodo più umano. Il traghetto non era nemmeno così tragico, ma il nome è rimasto. Il mare, invece, aveva deciso di presentarsi in versione burrascosa con simpatia. Io? Fingevo non fosse colpa sua, ma nel dubbio ho stretto i denti e il corrimano.
Poi all’improvviso: San Domino. L’isola più grande, quella con le cale da cartolina e il profumo di pini che ti arriva come un abbraccio salmastro. Ti viene da sospirare appena metti piede sul molo. È una roba che non si spiega: sei su una roccia piantata in mezzo al mare, ma ti senti come a casa. Una casa senza supermercati, ma con un tasso di bellezza per metro quadrato che ti disattiva il cervello.
C’è qualcosa di struggente nel camminare a piedi nudi su quella terra ruvida e piena di sole. Le calette, come Cala delle Arene o Cala Matano, sono piccoli teatri di quiete liquida. Acqua trasparente, silenzio interrotto solo dal “plop” delle pinne dei subacquei, e quel senso di sospensione che ti viene solo nei posti che hanno fatto un patto con gli dèi del tempo.
Poi c’è San Nicola, l’altra isola, quella dei monaci guerrieri. No, non sto esagerando. C’è un’abbazia-fortezza che guarda il mare con l’aria di chi ne ha viste troppe e non si fida di nessuno. Cammini tra pietre millenarie e capisci subito che qui la bellezza è severa. Ma ti strega lo stesso. Forse anche di più.
E in mezzo? Rocce, grotte, onde che raccontano storie. La Grotta del Bue Marino, la Grotta delle Viole. E i gabbiani, che ti osservano con superiorità emotiva, come se sapessero che noi umani ci perdiamo troppo in cose che non contano.
Sono rimasta tre giorni, ma ho giurato che ci sarei tornata ogni volta che il cuore avesse avuto bisogno di silenzio e vento. Alle Tremiti non si va per fare qualcosa. Si va per essere. Essere stanchi, innamorati, svuotati, pieni. Non importa come ci arrivi, ma quando te ne vai, sei diversa.
Diversa come il mare, che cambia ogni giorno. Diversa come quei tramonti che non fotografi perché ti tremano le mani. Diversa come tutte le cose che non hai parole per spiegare ma che ti porti dentro, come una piccola mappa segreta tatuata nel cuore.
