
Amo la fotografia da sempre.
Ma non nel senso tecnico del termine, non per l’attrezzatura o per la post-produzione perfetta.
Amo il gesto. Il respiro che fai prima di scattare. Il modo in cui ti sposta lo sguardo.
Fotografare, per me, è un modo per restare.
Un modo per dire: “Sono qui. Ho visto questo. Mi ha attraversato.”
E più vado avanti, più mi accorgo che non mi interessano le cose in posa, le scene composte, i sorrisi perfetti.
Mi attirano le crepe, le cose storte, le luci che filtrano da un angolo, i posti dove il tempo si è fermato o almeno si è distratto.
Per questo sogno da tempo di fare Urbex.
Urbex è una parola breve che racchiude un intero mondo: Urban Exploration.
Vuol dire esplorare luoghi abbandonati, dimenticati, nascosti.
Non da curiosi, ma da ascoltatori.
È entrare in una fabbrica dismessa, in una scuola lasciata all’erba alta, in una casa che ha perso i suoi abitanti ma non le loro tracce.
Non si va per rubare. Non si va per distruggere. Non si va per spettacolo.
Si va per sentire.
Per guardare.
Per fotografare ciò che è rimasto.
Ci sono regole, in chi fa Urbex con rispetto.
Non si forza una porta chiusa.
Non si sposta nulla.
Non si lascia traccia.
E soprattutto non si rivela la posizione del luogo.
Per proteggerlo.
Perché ci sono silenzi che meritano di non essere interrotti.
La regola non scritta è una sola, ma vale tutto:
“Non prendere nulla tranne fotografie. Non lasciare nulla tranne impronte.”
Mi affascina tutto questo.
Mi affascina l’idea che un luogo possa raccontarti una storia senza dire una parola.
Che un pavimento pieno di foglie, una sedia capovolta, una finestra con i vetri rotti, possano emozionarti più di mille discorsi.
Che ci sia bellezza anche nella rovina.
Che ciò che cade non sia per forza perduto, ma solo trasformato.
Mi piacerebbe entrare in uno di questi luoghi con la macchina fotografica al collo e il cuore un po’ tremante.
Fare silenzio.
Camminare piano.
Lasciarmi sorprendere da un fascio di luce che entra da un buco nel tetto, da una scritta sul muro, da una tenda che si muove ancora.
Scattare non per possedere, ma per custodire.
Per non dimenticare.
Perché anche quello che non serve più può insegnarci qualcosa.
Forse mi piace l’Urbex perché assomiglia molto a come mi sento, certe volte.
Un po’ fuori posto.
Un po’ da riscoprire.
Ma ancora viva, ancora piena di storie, anche nei corridoi vuoti.
E allora sì, sogno di farlo.
Di entrare, un giorno, in uno di quei luoghi che la città ha dimenticato, ma che la memoria riconosce.
E dire, con una fotografia: “Ti ho visto. E non eri vuoto. Eri pieno di silenzio.”
