
Dietro al supermercato, dietro a un parcheggio sgualcito dal sole, dietro a tutto quello che normalmente ignoriamo c’è un parco.
Non lo trovi sulle guide, né su Google Maps con le stelline alte.
Ci passi davanti mille volte senza vederlo.
Oppure lo vedi, ma lo liquidi in fretta: troppo piccolo, troppo qualunque, troppo niente.
Io ci sono finita una mattina qualsiasi, senza un perché preciso.
Avevo sbagliato strada, o forse era il mio corpo a portarmi dove la testa non voleva.
Mi sono infilata in un sentiero battuto male, tra due cassonetti e un muretto basso.
E poi, all’improvviso, eccolo.
Un parco piccolissimo, incastrato tra i palazzi e l’aria stanca della periferia.
Un’altalena che cigolava piano, come se parlasse da sola.
Un ciliegio un po’ ribelle, che aveva deciso di crescere dove gli pareva.
Un odore di terra vera, di foglie vive, di domenica che non pretende nulla.
Non c’era nessuno.
Solo il rumore del mio respiro, che sembrava più lento.
Più vero.
E ho capito una cosa: che non bisogna sempre puntare al “bello”, al “grande”, al “noto”.
Che c’è una dignità speciale nei luoghi che non chiedono di essere guardati.
Che a volte è proprio lì, in quei posti anonimi, che qualcosa si rammenda dentro.
Ci sono parchi che sembrano dirti: “Non serve che tu sia felice. Va bene anche così”.
E tu, per la prima volta da giorni, ti senti accolto.
Non per quello che mostri, ma per come sei.
E allora ti siedi.
E lasci andare.
Il pensiero, la corsa, la paura di non fare abbastanza.
Ti basta stare.
Con le mani in tasca, lo sguardo perso tra due margherite.
I parchi che non ti aspetti sono quelli che ti aiutano a ritrovarti, senza cercarti.
E ti accorgi che non c’era bisogno di andare lontano.
Che a volte basta un posto qualunque, che non ti chiede niente e ti dà tutto.
Un posto che sa restare lì, anche quando tu non ci sei.
