
Netflix ha deciso.
Pare che Squid Game USA si farà.
E io, ufficialmente, mi dissocio.
Mi dissocio col cuore, con la mente, col telecomando in mano e lo sguardo perso nel vuoto come Gi-hun alla fine della prima stagione.
Perché diciamolo chiaramente: questa non è una notizia, è una minaccia.
Ora, lo so che il remake americano è una tradizione sacra, quasi quanto un panetto di burro da 5 chili nella sauce carbonara e le pistole nei supermercati.
Ma questa volta no.
Questa volta si sta cercando di tradurre l’intraducibile, di esportare l’insofferenza coreana in un paese dove il massimo della sofferenza collettiva è il Wi-Fi che va lento durante il Super Bowl.
Squid Game, quello vero, era una bomba.
Una critica spietata, visivamente magnetica, con personaggi disperati ma mai patetici.
Faceva male. Non te lo spiegava. Non ti prendeva per mano. Ti sbatteva nel disagio e diceva: “nuota o affoga”.
E tu stavi lì, a guardare. E affogavi pure tu, a volte.
Invece Squid Game USA me lo immagino già:
location: un magazzino abbandonato in New Jersey
casting: influencer, ex concorrenti di Survivor, uno che ha fatto una pubblicità virale per dei chewing gum nel 2009
trama: ognuno ha un trauma da vendere al miglior offerente, meglio se compatibile con una sponsorizzazione
colonna sonora: Billie Eilish, un remix dei Linkin Park, “Espresso” di Sabrina Carpenter e una spruzzata di “Shake It off” della Swift…
E il messaggio di fondo?
“Credi in te stesso e potrai vincere tutto.”
Che è l’opposto esatto del messaggio originale, cioè: “Il sistema ti divora anche se giochi bene. E pure se vinci, non è detto che sia una buona notizia.”
Ma che ne sanno loro.
Gli americani non vogliono guardare il fallimento. Lo vogliono truccare, motivare, mandarci sopra un drone e chiuderlo con un selfie in slow motion.
Per loro anche l’apocalisse deve avere un happy ending e una citazione ispirazionale su Instagram.
E poi, notizia nella notizia: Squid Game USA in realtà esiste già.
Si chiama MrBeast.
Lo youtuber più ricco del globo ha già fatto la sua versione a suon di prove, sfide, luci sparate in faccia e gente che si ammazza (figurativamente) per un assegno con più zeri di una banca svizzera.
C’era tutto: l’estetica, la scenografia, la tensione finta, i concorrenti in tuta… mancavano solo i cadaveri.
Ma per il resto, era perfettamente in linea con l’american dream: se vinci sei un eroe, se perdi torni a casa con la maglietta firmata e un post su TikTok.
Il capitalismo travestito da filantropia: vinci dei soldi, ma solo se fai lo show. Intrattieni. Piangi. Dai spettacolo.
Perché è tutto intrattenimento. Anche la disperazione.
Io mi preparo.
Mi preparo a vedere tutto quello che rendeva Squid Game potente (il silenzio, la disperazione, il nonsense esistenziale) trasformato in uno show con effetti speciali, bicipiti in primo piano e una morale a buon mercato.
Sarà come guardare La Casa di Carta rifatta da Barbie e Ken dopo un corso accelerato di storytelling motivazionale.
Quindi sì, Netflix, fatelo pure questo Squid Game USA.
Io nel frattempo riguarderò l’originale, quello dove il sangue non era ketchup e il dolore non aveva il filtro “valori americani”.
E appena esce il remake, sarò pronta.
A disdire l’abbonamento?
No.
Ma a giudicare con feroce sarcasmo, quello sì.
E magari anche a organizzare un mini-torneo Squid Game Italia nel cortile sotto casa.
Con prove vere. Tipo: “chi sopravvive a cinque ore in Posta”.
Premio: una bolletta della luce pagata.

