
Carol Danvers è quella che ti visualizza dopo tre mesi e ti risponde con un vocale da 7 minuti, registrato tra Saturno e una guerra dimensionale.
Lì per tutti, tranne che per se stessa. Il suo superpotere più invidiabile? Sparire.
La incontriamo nello studio fluttuante (multiverso 438-A, terzo ascensore a sinistra).
Arriva con l’aria di chi ha appena fatto esplodere un pianeta ma si scusa perché è in ritardo. “Traiettoria temporale instabile”, dice. Classico.
Diagnosi multipla:
Sindrome della prescelta (quella che se non fa tutto lei, esplode l’universo… o il gruppo WhatsApp).
Isolamento affettivo da iperresponsabilità cosmica.
Burnout interstellare con picchi di arroganza luminosa (“Scusa se ti ho interrotto, ma stavo salvando 4 galassie”).
Terapia consigliata:
Un week-end detox lontano dalla rete quantica, dai messaggi urgenti e dalle richieste tipo “Ci salvi tu?”
Un contatto umano con qualcuno che non abbia superpoteri ma magari sa ascoltare senza giudicare (o misurare l’energia gamma del trauma).
E, naturalmente, una camomilla. Non interstellare. Non biodinamica. Solo una dannata camomilla vera. Bollente. E in silenzio.
Conclusione (con occhiolino terapeutico):
La vera forza di Carol non è nel pugno fotonico. È nel riconoscere che non deve salvare tutti, sempre, da sola.
E che ogni tanto, disattivare i poteri per 24 ore è un atto di eroismo estremo.
Anche se nessuno lo pubblica sul Daily Bugle.
