Marvel Therapy – Episodio 9: Deadpool e la terapia impossibile… psicosi, sarcasmo e patatine in seduta

Deadpool entra nello studio e mi chiama “socia”.

Poi “Dottoressa Strizzacervelli”.

Poi “oh, scusa, ti avevo scambiata per la barista del 7-Eleven”.

Si siede. Si alza. Mangia patatine. Poi rompe la quarta parete e guarda dritto nel mio appunto:
“Stai scrivendo bene di me?”
Sì, Wade. Ma con riserva di internamento.

Sotto il costume attillato (lavato mai) e le ustioni di secondo grado, c’è un’anima tragica con disturbo dissociativo non diagnosticato, un vocabolario da caserma e un talento unico per l’autosabotaggio narrativo.

Parla da solo, flirta con me, poi con sé stesso, poi con un cactus immaginario che ha battezzato “Jeff”.

Diagnosi:

Trauma multiplo non elaborato

Dissociazione cronica con tendenza all’auto-narrazione

Hiperverbosità letale

Ironia compulsiva usata come scudo psicologico

Affetto da “non mi prendo mai sul serio e ne vado fiero-sindrome”


Cura consigliata:

Terapia con approccio ultra-presente e zero giudizio

Playlist terapeutica a base di Céline Dion (perché “My Heart Will Go On” lo fa piangere)

Un orsacchiotto da abbracciare nei momenti bui

E un patto chiaro: se mi disegna baffi sul diploma, lo uso come cuscino da arteterapia


È difficile trattarlo?

Sì.

Ma è uno dei pochi personaggi Marvel a non mentire mai sul proprio disagio. E questo, in un mondo di supereroi in negazione, lo rende straordinariamente umano.
Anche se odora di nachos e sarcasmo.

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