
Deadpool entra nello studio e mi chiama “socia”.
Poi “Dottoressa Strizzacervelli”.
Poi “oh, scusa, ti avevo scambiata per la barista del 7-Eleven”.
Si siede. Si alza. Mangia patatine. Poi rompe la quarta parete e guarda dritto nel mio appunto:
“Stai scrivendo bene di me?”
Sì, Wade. Ma con riserva di internamento.
Sotto il costume attillato (lavato mai) e le ustioni di secondo grado, c’è un’anima tragica con disturbo dissociativo non diagnosticato, un vocabolario da caserma e un talento unico per l’autosabotaggio narrativo.
Parla da solo, flirta con me, poi con sé stesso, poi con un cactus immaginario che ha battezzato “Jeff”.
Diagnosi:
Trauma multiplo non elaborato
Dissociazione cronica con tendenza all’auto-narrazione
Hiperverbosità letale
Ironia compulsiva usata come scudo psicologico
Affetto da “non mi prendo mai sul serio e ne vado fiero-sindrome”
Cura consigliata:
Terapia con approccio ultra-presente e zero giudizio
Playlist terapeutica a base di Céline Dion (perché “My Heart Will Go On” lo fa piangere)
Un orsacchiotto da abbracciare nei momenti bui
E un patto chiaro: se mi disegna baffi sul diploma, lo uso come cuscino da arteterapia
È difficile trattarlo?
Sì.
Ma è uno dei pochi personaggi Marvel a non mentire mai sul proprio disagio. E questo, in un mondo di supereroi in negazione, lo rende straordinariamente umano.
Anche se odora di nachos e sarcasmo.
