
“Come stai?”
Due parole. Otto lettere. Un intero mondo che nessuno ha voglia di esplorare.
La usano tutti: al bar, nelle chat, tra colleghi, tra (finti) amici. È la domandina jolly, quella che apre tutte le conversazioni e chiude subito il cervello.
Perché sì, ti chiedono “Come stai?”, ma mica vogliono sapere davvero. È una specie di password per far partire il bla bla di circostanza, un “dimmi che non sei un alieno e possiamo continuare a parlare del meteo”.
E il problema non è solo chi la fa.
È che ormai pure noi rispondiamo col filtro Instagram attivato:
“Tutto bene!”
Tradotto: ho dormito due ore, ho pianto in macchina, il mio sistema nervoso centrale si regge sul caffè e la dignità è rimasta tra i carrelli del supermercato.
Ma rispondere sinceramente?
Tipo:
“Sto male.”
“Mi sento persa.”
“Non so nemmeno chi sono oggi.”
Eh no.
Non sia mai mandare la fiction a puttane.
Perché appena provi a dire la verità, succede una delle seguenti reazioni:
1. Lo sguardo da “Oddio, adesso che faccio?”
2. Il cambio di argomento con violenza.
3. Il consiglio inutile non richiesto (“Fatti una camomilla e vedrai che passa!”).
E lo dico dopo aver visto anche Dan Reynolds, il cantante degli Imagine Dragons, parlare sul palco del suo buio, della depressione, del dolore.
Ha detto: “Non tenetevelo dentro, ditelo a chi vi sta vicino. Parlate. Non c’è niente di cui vergognarsi.”
E io lì, con gli occhi lucidi. Perché ha ragione.
Ma poi mi è venuta voglia di prenderlo da parte e dirgli:
“Teso’, hai perfettamente ragione. Ma prova a farlo davvero. Vai, di’ a qualcuno che stai male. Che sei rotto. Che oggi non riesci ad alzarti dal letto. E poi raccontami com’è andata.”
Spoiler:
Nel 90% dei casi, quello “vicino” di cui parli ti guarda come se fossi un problema da silenziare, un carico emotivo da disinnescare alla svelta.
Perché ascoltare veramente costa tempo, energie, presenza.
E oggi, l’unico tempo che la gente ti dedica è quello tra due scroll di Instagram.
Allora forse la vera rivoluzione non è dire “Come stai?”, ma essere pronti ad accogliere qualsiasi risposta.
Anche se fa rumore.
Anche se puzza di verità.
Anche se non finisce bene.
Perché certe volte, salvare qualcuno inizia con un silenzio che resta, invece che una domanda che se ne va.
P.S. Dan, se mi leggi: grazie. Però servono più persone come te anche giù dal palco.
Perché tra un “Come stai?” e un “Ho 20 minuti per sentire davvero la tua risposta”, passa la differenza tra la musica e il rumore.
