
C’è chi aspetta il Natale, chi aspetta Ferragosto, chi aspetta il ritorno del proprio ex come se fosse redento e illuminato sulla via di Damasco. E poi ci sono io, che aspetto Squid Game 3 come se ne dipendesse l’equilibrio dell’universo. Spoiler: forse è così.
Da quando la seconda stagione mi ha lasciata con più domande che certezze (tipo: “ma io ora che faccio con la mia vita?”), vivo in uno stato di costante pre-ansia, tra refresh compulsivi su Netflix, complottismi Reddit-style e sogni in cui il Front Man mi offre un contratto a tempo indeterminato nel suo sadico luna park per adulti disperati. (Ci ho quasi pensato, eh.)
Ma manca poco: Squid Game 3 esce il 27 giugno.
Sì, lo ripeto: 27. Giugno.
Un venerdì? No. Un miracolo.
Perché Squid Game è diventato il mio Vangelo postmoderno
Parliamoci chiaro: Squid Game non è solo una serie. È una rivelazione sociologica travestita da survival game. Una specie di “La fattoria degli animali” con tute da ginnastica e omicidi a ritmo di filastrocca. Dietro la violenza stilizzata e le scenografie da infarto visivo, c’è una critica al capitalismo più tagliente di una biglia lanciata con troppa convinzione.
E quindi, Squid Game 3 non è solo “la prossima stagione di una serie coreana”. È il capitolo successivo di una terapia collettiva. Una seduta psicanalitica con milioni di spettatori che urlano all’unisono: “Anche io mi sento un po’ Gi-hun al lunedì mattina!”
L’attesa: quella zona grigia tra la dipendenza e l’autoinganno
Netflix mi ha trasformata in una creatura mitologica: metà essere umano, metà “Continua a guardare”. Ma l’attesa per la stagione 3 ha raggiunto livelli da studio clinico. Ho sviluppato un istinto canino per captare ogni trailer-farlocco caricato su YouTube con titoli tipo “SQUID GAME 3 OFFICIAL (not clickbait, real, trust me bro)”.
Ma il 27 giugno è quasi arrivato e sarà il mio nuovo Capodanno, la mia Pasqua e il mio compleanno messi insieme, ho smesso di respirare normalmente e ho cominciato il conto alla rovescia in secondi.
E adesso?
Adesso si aspetta.
Come chi dice “guardo solo il primo episodio” e poi si ritrova a chiedersi perché è ancora sveglio alle 4 del mattino con gli occhi a forma di triangolo, cerchio e quadrato.
Nel frattempo, mi alleno. A cosa, non si sa. Potrei essere chiamata da un momento all’altro. Magari Squid Game 3 diventerà interattivo, magari dovrò schivare i sensi di colpa e le bollette, magari sarò io il personaggio plot twist della stagione. In fondo, chi meglio di noi spettatori incalliti può capire cosa significa rischiare tutto… per un episodio in più?
In conclusione: Netflix, grazie. Ora scusami, vado a farmi incidere “27 giugno” sulla fronte. Con un biscotto. A forma di ombrello.
