
Gli amici di mia figlia si dividono in due categorie ben distinte:
– Quelli che mi chiamano “La Anto”, con quel tono tra il rispetto e la leggenda, come se avessi fatto qualcosa di epico nella vita (spoiler: forse sì, ma loro non lo sanno).
– E quelli che mi chiamano “zia”, con quell’amore che non nasce dal sangue, ma da uno strano incastro di anime che si riconoscono anche senza DNA.
E la cosa bella?
È che io li adoro tutti, indistintamente.
Sono un esercito di adolescenti (e post-adolescenti) affamati di risate, di ascolto, di patatine fritte e di qualcuno che non giudichi ma capisca.
A volte anche solo di una casa dove poter lanciare lo zaino e respirare.
Li ho visti crescere, passare da “buonasera signora” a “zia hai del gelato?”, da capelli rosa a fase dark, da TikTok imbarazzanti a riflessioni profonde sul futuro alle tre di notte sul divano di casa mia.
Mi hanno raccontato segreti, sogni, amori non corrisposti e paranoie esistenziali.
E io, nel mio piccolo, ci sono stata. Presente, sì, ma senza invadere. Disponibile, ma non invadente. Zitta quando serviva. Ironica il resto del tempo.
Perché non è vero che bisogna essere madre per amare.
A volte basta esserci nel momento giusto.
Essere quel punto fisso nel caos, quella casa aperta, quel messaggio che dice “se ti va, passa da me”.
E quindi sì, ora sapete perché su Facebook mi chiamo La Anto.
Non è ego.
È come mi chiamano loro, quelli che mi hanno adottata senza che ci fosse bisogno di sangue, solo cuore.
E io gli affetti veri me li tengo stretti. Anche quando mi svuotano il frigo.
Anzi, soprattutto allora.
