
Stasera non riuscivo a dormire. Una di quelle notti in cui la mente si diverte a mettersi i pattini e a slittare su ogni pensiero rimasto in sospeso. Così, salto da una piattaforma streaming all’altra come se da qualche parte ci fosse il contenuto giusto, quello che, se tutto va bene, mi tiene compagnia. Se va male, mi tiene sveglia per un motivo diverso.
Ecco che mi appare The Place, con Valerio Mastandrea. Un film che avevo già visto anni fa, ma che, come tutte le cose che ti lasciano una traccia, torna quando deve. E io già non credo troppo nel caso: in questo periodo della mia vita, poi, faccio molta più fatica a credere che le cose accadano “per sbaglio”. Quel film è arrivato ora, e non poteva che essere ora.
Per chi non l’ha mai visto: The Place è tutto ambientato dentro a un bar, sempre lo stesso tavolo, sempre lo stesso uomo. Lui, interpretato da Mastandrea con la sua solita aria tra il rassegnato e l’onnisciente, prende appunti su un taccuino e riceve visitatori. Persone comuni, come noi: una madre, un poliziotto, una ragazza, un prete, una suora. Ognuno chiede qualcosa. Qualcosa che desidera ardentemente. E lui? Non regala nulla. In cambio di ogni desiderio esaudito, propone una “missione”. Qualcosa da fare. Qualcosa di difficile. A volte moralmente discutibile. A volte inaccettabile.
Il gioco è tutto lì: cosa sei disposto a fare per ottenere ciò che vuoi?
E guardando questo film oggi, con i suoi dialoghi taglienti e le sue atmosfere claustrofobiche, non ho potuto non pensare a noi, alla nostra società. A quante volte accettiamo compromessi, piccoli o enormi, per ottenere qualcosa. Un lavoro, un riconoscimento, una relazione. Quante volte ci diciamo: “Lo faccio solo per questa volta”, “In fondo non è così grave”, “È il sistema, non io”.
Certo, noi non abbiamo un uomo col taccuino in un bar. O forse sì. Forse lo abbiamo dentro. Forse quella figura apparentemente neutrale che propone condizioni assurde in cambio dei nostri sogni, siamo proprio noi. Quando ci chiediamo: “Quanto posso spingermi oltre per sentirmi amato? Quanto posso zittirmi per essere accettato? Quanto posso vendermi per non restare solo?”
Ecco perché questo film, oggi più che allora, mi ha colpita. Perché parla di noi e della nostra fame, della nostra paura e del nostro disperato bisogno di crederci ancora liberi, mentre magari siamo solo diventati molto bravi a giustificare le nostre prigioni.
Alla fine, non spoilero troppo, ma chi si salva davvero in The Place? Forse solo chi riesce a dire di no. Chi sceglie di perdere qualcosa pur di non perdersi. E in un mondo dove il successo sembra valere più dell’anima, questa mi sembra già una rivoluzione.
