
Viviamo in un’epoca strana, in cui i sentimenti si misurano a colpi di visualizzazioni, risposte ai sondaggi e like ai reel. Ma la verità è che se qualcuno ti interessa davvero, lo senti. Lo fai capire. Lo dimostri.
Guardare le storie non è un gesto affettivo. È automatismo. È inerzia. È noia, spesso. Ti scorrono davanti mentre aspetti l’autobus o mentre sei in bagno. Non è un atto di interesse: è uno scroll meccanico.
Eppure quante volte ci aggrappiamo a quei visualizzati come se fossero messaggi in codice?
“Mi ha guardato tre volte di fila, forse ci sta pensando”.
“Forse non sa cosa scrivermi”.
“Forse aspetta che scriva io”.
No. Forse, semplicemente, non gliene frega un cazzo.
Chi ha voglia di parlarti, lo fa.
Chi ci tiene, ti cerca. Anche con una scusa ridicola. Anche solo per mandarti un meme e vedere se ridi ancora come prima. Anche solo per chiederti come stai, anche quando non sa cosa dire.
Se non ti scrive, non è perché ha paura. Non è perché ha mille paranoie. Non è perché sta calcolando la prossima mossa in un gioco mentale da manuale di seduzione.
È perché non sei una priorità. E sì, fa male da morire ammetterlo.
Ma a volte dobbiamo volerci più bene di così.
Volerci abbastanza da non accettare briciole. Da non illuderci per un “visto alle 13:45”.
Volerci così tanto da capire che chi c’è, c’è. E chi non c’è, non serve.
Non siamo qui per rincorrere segnali ambigui in mezzo al deserto emotivo.
Non siamo qui per leggere nei comportamenti digitali quello che non hanno il coraggio di dirci a parole.
Non siamo qui per interpretare il silenzio come se fosse poesia. Il silenzio, il più delle volte, è solo silenzio.
Perciò smettiamola di analizzare lo zero: se non scrive, non c’è.
Se non chiama, non vuole.
Se ci pensa davvero, si fa vivo. Punto.
Tutto il resto sono solo storie — e non quelle di Instagram.
