Noi, quelli cresciuti a ritmo di after e rispetto

Faccio parte di una generazione meravigliosa. O forse sono stata solo fortunata, chi lo sa.
Siamo quelli cresciuti tra Popoli, Riccione e Pescara, ma soprattutto a ritmo di 12 ore filate di musica, luci strobo e sigarette fumate nei bagni delle discoteche con l’amica che piangeva per l’amore di turno.
Siamo quelli degli after, delle camminate all’alba, dei panini con la porchetta comprati con le lire che avanzavano.
Siamo quelli che sì, magari esageravano, con le notti, con i gin lemon, con i vestiti troppo corti e tacchi troppo alti, ma con una cosa non esageravano mai: il rispetto.

Perché se una donna doveva riprendere l’auto in un parcheggio buio, si scatenava la gara a chi l’accompagnava.
Se una aveva bevuto troppo, uno gli portava la macchina e l’altro la riportava fino alla porta di casa.
Se nevicava, c’era sempre qualcuno che diceva: “No Antone’, lascia sta, ti porto io”.
E se in discoteca qualcuno provava a fare il cretino, arrivava dopo un nanosecondo il buttafuori amico tuo, che con un “Antone’, tutto a posto?” sistemava la questione.

Non eravamo perfetti. Ma non avevamo bisogno del ghosting, dei messaggi lasciati in visualizzato, delle foto perfette sui social per farci valere.
Ci guardavamo negli occhi. Ci si diceva le cose. Anche le più brutte. Soprattutto quelle.

Sì, siamo over 50.
Abbiamo la cervicale, le ginocchia a pezzi e il fiatone (come dice n’amico mio).
Ma non invidiamo neanche per sbaglio i vostri 30 o 40 anni.
Perché noi abbiamo vissuto a folle. Di cuore. Di pancia. Di presenza.
E no, non da dietro uno schermo.

E se ci rivediamo oggi, dopo vent’anni, basta uno sguardo per far ripartire quella festa che, a dirla tutta, non è mai davvero finita.

E credetemi, succede SEMPRE

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