Non chiudere gli occhi: la violenza contro le donne riguarda tutti

La violenza sulle donne è un crimine che troppo spesso viene ignorato. Non perché non sia visibile, ma perché molti scelgono di non vederla. Per codardia, per paura, per convenienza. È più comodo abbassare gli occhi, cambiare marciapiede, fingere che non stia succedendo nulla. Ma la violenza esiste. E io, come tante altre, ne sono stata vittima.

Questa è la prima volta che parlo davvero di queste storie. Le ho custodite dentro, come ferite coperte da strati di silenzio e vergogna. Le hanno conosciute in pochissimi. Ma oggi scrivo. Scrivo per me, per la mia libertà, e anche per tutte le donne che ancora non riescono a farlo. Scrivo perché troppo spesso ci si permette di giudicare una persona senza sapere cosa ha attraversato. Perché prima di arrivare a delle conclusioni, bisognerebbe avere l’umiltà di conoscere il passato di chi si ha davanti. E perché, soprattutto, gli uomini devono ricordare che ci devono rispetto. Non per gentile concessione, ma per diritto umano.

Sono stata picchiata sotto casa da un mio ex. Aggredita in una casa in montagna durante le vacanze di Capodanno. Una volta sul pianerottolo di casa, ho ricevuto in regalo un mese di ospedale. Sono finita in tribunale e nessuno – nessuno – aveva visto nulla. Troppo comodo dire “non mi riguarda”. Troppo vigliacco far finta che il male non esista se non ti tocca da vicino.

Da ragazzina, ho avuto paura in una cabina al mare. Ho avuto paura a 16 anni, mentre venivo palpeggiata tornando a casa. Ho imparato presto cosa significa sentirsi in pericolo solo per il fatto di esistere nel corpo di una donna. E in tutti questi anni, la ferita più grande non è stata solo quella inferta con le mani, ma quella lasciata da chi ha deciso di non vedere. Di non sentire. Di non credere.

È dura essere donna, sì. Ma lo è ancora di più quando, oltre alla violenza, ti tocca subire il processo di chi ti chiede se forse “te la sei cercata”, se “non stavi esagerando”. Quando l’unica a finire sotto accusa sei tu, mentre gli altri – quelli veri – restano protetti dal silenzio e dalla vigliaccheria altrui.

Oggi scrivo queste parole che non ho mai detto, per ricordare a chi non vuole vedere che il non voler sapere è una forma di complicità. Per dire ad alta voce che ogni volta che una donna parla, il mondo deve ascoltare. Che ogni volta che raccontiamo la nostra storia, chiediamo una cosa semplice e fondamentale: rispetto. Non compassione, non indulgenza. Rispetto.

Chiudere gli occhi davanti alla violenza è facile. Ma è la scelta più vile. È il gesto di chi preferisce sentirsi innocente piuttosto che essere giusto. E io non ho più spazio per i codardi nella mia vita. Ho scelto di raccontare queste storie perché non siano più solo mie. Perché ogni donna che legge sappia che non è sola. E perché ogni uomo ricordi che nessun gesto, nessuna parola, nessun diritto gli è dovuto su di noi. Ma una cosa sì: il rispetto.

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