
Stamattina, mentre mi preparavo per uscire, sono capitata sul canale Iris e stavano trasmettendo Sposerò Simon Le Bon, ambientato nel 1984. E la prima cosa che ho pensato è stata quanto quel periodo mi sembrasse vicino, quasi ieri, quando invece sono passati più di quarant’anni. Chissà perché la memoria funziona in questo modo, perché ci sono epoche della nostra vita che ci sembrano così vicine da poterle quasi toccare, nonostante tutto il tempo trascorso.
Nel 1984 avevo tredici anni, ed erano gli anni dei Duran Duran, quelli della mia adolescenza, della mia passione sfegatata per un gruppo che ha segnato un’intera generazione. Tanto che nell’87 andai a vederli in concerto a Roma e ricordo perfettamente il delirio che si scatenò quando si presentarono a Sanremo. Ricordo tante cose di quegli anni, e le ricordo con una nitidezza impressionante. Certi dettagli si perdono, altri rimangono incastrati nella memoria per sempre, come se il tempo non avesse mai avuto il coraggio di portarli via. E credo che la follia collettiva che si creò intorno ai Duran Duran sia stata qualcosa di difficilmente replicabile, almeno con quella stessa intensità.
Guardando quel film, però, non ho rivisto soltanto la ragazzina che ero, i paninari, quel modo un po’ particolare di parlare, i vestiti e le abitudini di un’epoca che oggi sembra appartenere a un altro mondo. Ho rivisto una generazione che viveva senza telefoni cellulari, senza messaggi istantanei, senza la possibilità di raggiungere chiunque in qualsiasi momento. C’erano i telefoni fissi, i genitori che mettevano il lucchetto per impedirti di stare ore al telefono e far arrivare bollette astronomiche, le linee che si guastavano e per le quali potevi aspettare giorni prima di tornare a comunicare con il resto del mondo. C’erano le moto senza casco, meno accorgimenti e meno attenzioni a tante cose che oggi consideriamo indispensabili. Erano tempi diversi, con tutti i loro limiti e le loro contraddizioni, ma anche con una leggerezza che, riguardandola oggi, mi fa pensare che forse qualcosa di buono in quel modo di vivere ci fosse davvero.
Forse sembrerò vecchia, ma a volte mi domando se, in mezzo a tutta questa attenzione alle parole, alle definizioni e a quello che oggi chiamiamo politically correct, non abbiamo perso qualcosa per strada. Non penso che tutto ciò che appartiene al passato fosse migliore, sarebbe sciocco sostenerlo, ma mi sembra che allora si avesse più pazienza nell’aspettare, più tempo per desiderare, più spazio per immaginare. Oggi vogliamo tutto e subito, e questo tutto e subito mi sembra essere entrato prepotentemente anche nei rapporti umani, dove spesso non si aspetta più, non si prova più, non si concede nemmeno il tempo necessario per capire.
Ma il pensiero che mi ha accompagnata più a lungo è arrivato alla fine del film, quando ogni ragazzo sembra aver trovato la propria strada e tutto si sistema nel più classico dei vissero felici e contenti. Una favola, naturalmente, e forse è giusto che certe storie finiscano così. Eppure mi sono domandata come sarebbero diventati quei ragazzi nel 1987, e poi nel 1994, nel 2004, nel 2014, fino ad arrivare a oggi. Quante cose sarebbero cambiate, quante strade avrebbero preso, quante persone avrebbero incontrato e quante avrebbero perso. Perché la vita vera non si ferma ai titoli di coda e, soprattutto, non ci garantisce che il finale sarà quello che avevamo immaginato.
Le storie di ognuno di noi continuano a essere scritte anche quando nessuno le guarda, e la mia, dal 1984 a oggi, è stata tutto fuorché una favola. Ho avuto momenti bellissimi, di quelli che ancora oggi mi fanno sorridere quando ci ripenso, ma ne ho attraversati anche di terribili. Alcuni mi hanno cambiata, altri mi hanno insegnato cose che avrei preferito non dover imparare. E ci sono momenti, come quello che sto vivendo adesso, in cui tutto questo peso sembra concentrarsi e diventa difficile persino trovare le parole per raccontarlo. Ma va bene così, non voglio parlarne ancora.
Voglio soltanto dire che stamattina, guardando un film di quarant’anni fa, mi sono ritrovata a fare i conti con il tempo, con la ragazzina che ero e con la donna che sono diventata. Con tutte le strade percorse, le scelte fatte, gli errori, le occasioni perdute e quelle che, magari, non ho nemmeno riconosciuto quando mi sono passate davanti.
Perché se c’è una cosa che il tempo mi ha insegnato è che non sempre si può tornare indietro, ma questo non significa che, guardando indietro, si debba necessariamente essere soddisfatti di tutto quello che si è fatto.
E allora sì, se potessi tornare al 1984, non posso dire che rifarei tutto esattamente nello stesso modo. Cambierei tante cose. Tante, tante, ma veramente tante.
E forse è proprio questo il pensiero più malinconico di tutti: accorgersi che, mentre continuiamo a vivere, a scegliere e a inseguire quello che crediamo sia giusto per noi, nessuno ci avverte che un giorno ci volteremo indietro e ci domanderemo se quella fosse davvero la strada che avremmo voluto percorrere.
Intanto, però, la vita va avanti. E noi con lei, anche quando il finale della nostra storia è ancora tutto da scrivere.
