Versailles e Maria Antonietta: il mio ritorno dopo 30 anni

Versailles, il luogo dove Maria Antonietta per me è sempre stata una persona prima che una regina

Tornare a Versailles dopo più di trent’anni è stato uno di quei ritorni che, ancora prima di cominciare, sanno già di ricordo, perché la prima volta che ho messo piede qui ero molto più giovane eppure ricordo perfettamente la sensazione che mi aveva lasciato questo luogo: Versailles mi era piaciuta subito, senza bisogno di tempo per capirla, e forse ancora oggi non saprei spiegare esattamente perché, se non con una parola che per me ha sempre avuto un significato molto preciso: Maria Antonietta.

La mia passione per lei, però, ha una storia un po’ diversa da quella che probabilmente molti immaginano. No, non è nata dopo aver visto Lady Oscar da bambina. Lo dico perché ogni volta che racconto quanto mi interessi Maria Antonietta qualcuno pensa immediatamente all’anime, e invece il mio “amore” per lei è arrivato da un’altra parte, attraverso la curiosità per la persona, per la donna che esisteva dietro il personaggio storico, dietro la regina, dietro quella figura diventata nel tempo quasi una caricatura di se stessa.

Maria Antonietta mi ha sempre interessata soprattutto come persona, con le sue debolezze, le sue ingenuità, le sue contraddizioni, le sue scelte spesso sbagliate, le sue paure e anche quelle caratteristiche che oggi potremmo considerare frivole e che invece, inserite nella vita che conduceva e nell’epoca in cui viveva, raccontano molto più di lei di quanto facciano certe immagini ufficiali della regina. Non mi ha mai interessato soltanto la sovrana vestita di seta e circondata dall’oro di Versailles, ma la ragazza arrivata dalla corte di Vienna, la donna che si è ritrovata a vivere dentro un sistema che non aveva scelto e che, alla fine, è stata travolta dalla storia.

Ed è forse proprio per questo che Versailles, per me, non è mai stato semplicemente un palazzo.

È un luogo che racconta una parte enorme della sua vita, ma che allo stesso tempo riesce a raccontare anche qualcosa di molto più grande: la Francia dei re, la costruzione del potere attraverso l’architettura, la necessità di stupire, di mostrare ricchezza e ordine, di trasformare persino la natura in qualcosa che obbedisse a un progetto preciso.

Questa volta, dopo più di trent’anni, la prima cosa che mi ha colpito è stata proprio la dimensione.

Perché una cosa è guardare Versailles nelle fotografie, nei documentari, nei film o nei libri e un’altra è trovarsi davanti a questi giardini e rendersi conto che, davanti a te, non hai semplicemente un giardino molto grande, ma un paesaggio costruito per dare l’impressione che non finisca mai.

Dalla terrazza del castello lo sguardo corre lungo la Grande Prospettiva, attraversa i parterres, i viali, le fontane, gli alberi perfettamente allineati e arriva fino al Grand Canal, che sembra quasi continuare oltre il punto in cui gli occhi riescono a seguirlo.

Ed è proprio questa la genialità del progetto di André Le Nôtre: la natura non viene lasciata libera di essere semplicemente natura, ma viene organizzata, modellata, geometrizzata, trasformata in una gigantesca scenografia. 

E mentre cammino tra questi viali, tra statue, siepi, alberi e vasche d’acqua, mi viene spontaneo pensare a quante persone abbiano percorso gli stessi luoghi prima di me e soprattutto a quante cose siano successe qui dentro, in queste stanze e in questi giardini che oggi vediamo pieni di turisti armati di macchina fotografica e bottiglietta d’acqua.

Il contrasto è quasi surreale.

Da una parte il silenzio monumentale delle statue, l’ordine dei giardini, l’oro che brilla sotto il sole, le facciate interminabili del palazzo; dall’altra gruppi di visitatori che cercano l’angolazione migliore per una fotografia, bambini stanchi, ombrellini aperti per proteggersi dal sole e persone che, come me, cercano di assorbire tutto quello che possono prima di rendersi conto che Versailles è talmente grande che una giornata intera non basta.

E poi ci sono loro, le statue.

Ovunque ti giri trovi una figura, un gruppo scultoreo, una fontana, un vaso monumentale, un dettaglio che meriterebbe di essere osservato da solo, e la cosa curiosa è che, dopo un po’, si rischia quasi di fare l’abitudine alla bellezza, perché a Versailles il problema è proprio questo: è tutto talmente esagerato che l’occhio rischia di non riuscire più a distinguere ciò che è straordinario da ciò che è semplicemente bellissimo.

Tra le immagini che ho portato a casa ci sono anche i grandi parterres con le loro forme sinuose, i disegni geometrici e le fioriture colorate che sembrano ricami appoggiati sulla terra. E poi le interminabili file di alberi e quei giganteschi coni di vegetazione, perfettamente potati, che sembrano quasi quinte teatrali.

Una natura addomesticata fino all’inverosimile, ma proprio per questo affascinante.

E naturalmente l’acqua.

A Versailles l’acqua accompagna continuamente il percorso: grandi bacini, fontane, canali, riflessi del cielo e del palazzo, e soprattutto il Grand Canal, che diventa una specie di asse intorno al quale tutto sembra essere stato costruito.

Davanti a certe prospettive mi sono fermata semplicemente a guardare, perché ci sono luoghi nei quali non serve necessariamente fare qualcosa. Basta stare lì.

E poi, naturalmente, c’è il palazzo.

Anche visto dall’esterno, Versailles è una di quelle architetture che fanno quasi fatica a entrare in una fotografia, perché ogni volta che provi a inquadrarlo ti rendi conto che qualcosa rimane fuori. La facciata, le statue sul tetto, le finestre, le decorazioni, i balconi, le parti dorate, le coperture in ardesia e quella quantità quasi folle di dettagli fanno pensare a un edificio progettato con una sola regola: mai abbastanza.

E poi ho avuto modo di osservare da vicino alcuni dettagli che, a distanza, rischiano di perdersi completamente, come il grande emblema con la corona e i gigli di Francia, oppure le decorazioni dorate che corrono lungo i tetti, gli ornamenti e le balaustre.

È quel genere di ricchezza che oggi sembra quasi irreale.

Eppure, per quanto Versailles sia inevitabilmente associata a Luigi XIV, alla monarchia e alla grandezza della corte francese, nella mia testa continua a esserci sempre anche Maria Antonietta.

Forse perché quando si conosce un luogo attraverso una persona, quel luogo finisce inevitabilmente per assumere un significato diverso.

Io guardo una finestra e penso a chi potrebbe essersi affacciato da lì, percorro un viale e immagino quante volte sia stato attraversato dalla corte, guardo i giardini e penso alla giovane regina che a un certo punto della sua vita cercò anche uno spazio più intimo, più lontano dalla rigidità della corte, fino ad arrivare al suo piccolo mondo del Trianon e del suo villaggio.

Ed è proprio questo che mi incuriosisce di Maria Antonietta: la differenza tra la regina che tutti conoscevano e la donna che cercava, per quanto possibile, di costruirsi una vita privata.

Non sono tornata a Versailles per cercare l’immagine perfetta della regina, quella delle fotografie da cartolina, ma per ritrovare un luogo che avevo conosciuto quando ero molto più giovane e che, nonostante siano passati più di trent’anni, ha conservato la capacità di farmi provare quella stessa curiosità.

Anzi, forse oggi lo guardo con occhi completamente diversi.

Trent’anni fa vedevo Versailles e rimanevo incantata.

Oggi vedo Versailles e, oltre a rimanere incantata, mi faccio domande.

Penso alle persone che hanno vissuto qui, a quelle che hanno avuto tutto e a quelle che non avevano praticamente nulla, alla distanza enorme tra il mondo della corte e quello che esisteva fuori da queste cancellate, alla fragilità di un sistema che sembrava eterno e che invece sarebbe crollato in pochissimo tempo.

E penso ancora a Maria Antonietta, che continua ad affascinarmi proprio perché non riesco a ridurla a una sola definizione.

Non soltanto regina, non soltanto icona, non soltanto donna frivola, non soltanto vittima della Rivoluzione e nemmeno soltanto il personaggio che la storia ha deciso di consegnarci.

Una persona.

Ed è forse questa la ragione per cui, dopo più di trent’anni, sono tornata a Versailles e l’ho amata di nuovo.

Solo che questa volta, mentre camminavo nei suoi giardini, sapevo molto meglio cosa stavo cercando.

E forse non era nemmeno Versailles.

Forse cercavo quella ragazza che, più di trent’anni fa, era rimasta incantata davanti a questo posto e che, nel frattempo, aveva continuato a chiedersi chi fosse davvero Maria Antonietta.

Informazioni utili per visitare Versailles

Château de Versailles

Dove si trova: Versailles, a circa 20 km da Parigi.

Come arrivare: Versailles è servita da tre stazioni ferroviarie: Versailles Château Rive Gauche, Versailles Rive Droite e Versailles Chantiers. Per la visita al castello, la stazione Château Rive Gauche è quella più comoda. 

Orari: il Castello è aperto dalle 9:00 alle 18:30 ed è chiuso il lunedì; il Domaine de Trianon è aperto dalle 12:00 alle 18:30, sempre con chiusura il lunedì. I Giardini e il Parco sono invece aperti tutti i giorni e, in alta stagione, l’accesso ai giardini è previsto dalle 7:00 alle 20:30. 

Biglietti 2026: il Passeport, che permette di visitare l’intero Domaine, costa 35 € in alta stagione e 32 € per cittadini o residenti nello Spazio Economico Europeo; comprende Castello, Trianon, giardini e parco. Il biglietto per il solo Domaine di Trianon costa 15 €, oppure 12 € per cittadini o residenti SEE. 

Una cosa importante: nei giorni delle Grandes Eaux Musicales e dei Jardins Musicaux, l’accesso ai giardini è a pagamento; nel 2026 questi eventi sono programmati dal 1° aprile al 1° novembre. Conviene quindi controllare il calendario prima di partire e, soprattutto nei periodi affollati, acquistare il biglietto online. 

Quanto tempo mettere in conto: se volete vedere davvero il Domaine, non limitatevi al palazzo. Giardini, Grand Canal, Grand Trianon, Petit Trianon e Hameau de la Reine occupano una superficie enorme. Per i soli giardini il sito ufficiale consiglia almeno un’ora e mezza, ma per una visita completa io metterei in programma praticamente una giornata. 

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