I miei pensieri del 4 settembre 2026: la domanda che oggi non riesco a togliermi dalla testa

Stamattina, non so nemmeno perché, mi è capitata davanti Amy Winehouse e, come succede quando qualcosa ti entra nel campo visivo e improvvisamente ti riaccende un pensiero, ho iniziato a cercare, a guardare video, a riguardare quei momenti in cui era ormai arrivata a un punto di non ritorno. Anni fa avevo visto la docuserie, o il docufilm, non ricordo nemmeno esattamente cosa fosse, eppure stamattina, probabilmente anche perché sto attraversando un periodo un po’ particolare della mia vita, alcune immagini mi hanno colpita in maniera diversa, molto più forte di quanto mi fosse successo allora.

E mi sono fermata a pensare a quanto siamo “influenzabili” da quello che ci viene fatto dalle altre persone, nel bene e nel male, e a quanto sia curioso che passiamo una vita intera a cercare di costruirci una nostra personalità, una nostra individualità, a sentirci persone indipendenti, capaci di scegliere, di reagire, di non farci condizionare, quando poi, nella realtà, viviamo immersi nelle relazioni, nelle emozioni, nelle parole degli altri, nei gesti degli altri, nelle cose che ci vengono date ma anche in quelle che ci vengono tolte, e quindi è inevitabile che ciò che ci accade attraverso gli altri abbia un peso enorme su quello che siamo e soprattutto su come stiamo.

Perché noi viviamo di emozioni, non siamo dei robot, e questa cosa ce la dimentichiamo continuamente.

Una persona può farci stare bene, può farci sentire importanti, può darci la sensazione di essere al sicuro, può restituirci una parte di noi che avevamo perso, ma esattamente nello stesso modo una persona può farci stare male, può consumarci, può portarci a dubitare di noi stessi, può toglierci sicurezza, può insinuarsi nelle nostre fragilità e, se quelle fragilità le conosce bene, può anche arrivare a toccarle esattamente nei punti in cui fanno più male.

E allora stamattina mi sono fatta una domanda che magari è banale, magari non ha nemmeno una risposta vera, ma che guardando quei video mi è rimasta dentro: che cosa si prova a portare un essere umano a un punto di non ritorno?

Perché c’è un pezzo di quel video dell’ultimo concerto di Amy Winehouse che ho visto mille volte e che, oggi, mi ha fatto un effetto completamente diverso. C’è quel momento preciso in cui lei non ce la fa più a cantare, non si regge in piedi, è evidente che sta malissimo, e possiamo metterci dentro tutto quello che vogliamo, l’alcol, la droga, le sue fragilità, la sua storia personale, le sue scelte, le persone che le stavano intorno, perché ovviamente nulla di tutto questo può essere cancellato e nulla può diventare una scusante, ma resta il fatto che stiamo parlando di una ragazza giovanissima che, per una serie infinita di motivi, era arrivata a cercare di anestetizzare il proprio dolore nel modo peggiore possibile.

E mentre lei non riesce nemmeno più a stare in piedi, il pubblico la fischia.

E io continuo a pensare a quel momento in cui lei si abbraccia.

Si abbraccia da sola.

In mezzo a tutta quella gente.

E questa cosa mi ha fatto malissimo, forse proprio perché oggi ho un modo diverso di guardare certe fragilità, di riconoscere cosa significa essere in una situazione in cui non hai più gli strumenti per gestire quello che ti sta succedendo e magari, da fuori, gli altri vedono soltanto quello che stai facendo, mentre tu dentro stai semplicemente cercando di arrivare a domani.

E poi c’è tutto il resto, perché sarebbe ipocrita non parlare anche delle responsabilità di un sistema che spesso, quando una persona produce soldi, spettacolo, successo e attenzione, sembra diventare improvvisamente molto più difficile fermarsi e dire: “No, questa persona non sta bene, questa cosa non si può fare”. Le case discografiche hanno i loro interessi, il pubblico vuole lo spettacolo, le macchine economiche devono continuare a funzionare e, quando c’è di mezzo il denaro, l’essere umano rischia molto facilmente di diventare una variabile secondaria, anche quando quella persona è chiaramente fragile, anche quando è evidente che non ce la fa più, anche quando forse sarebbe bastato che qualcuno, invece di chiedere ancora qualcosa, si fosse semplicemente fermato.

E sì, circa un mese dopo Amy Winehouse è morta.

E sapere questo mentre guardi quella scena cambia tutto.

Ma la cosa che mi interessa ancora di più non è nemmeno Amy Winehouse, perché lei è soltanto l’immagine che stamattina mi ha fatto partire questo pensiero.

La vera domanda che mi sto facendo è: quando torneremo a essere umani davvero?

Forse mai, perché l’essere umano ha una componente enorme di egoismo, di tornaconto, di convenienza, e spesso riusciamo a giustificare qualsiasi cosa quando abbiamo qualcosa da ottenere.

Ma quando non c’è nemmeno un tornaconto?

Quando non ci guadagni niente?

Quando davanti a te c’è semplicemente una persona che sai essere fragile, che magari ha già avuto una vita complicata, che magari sta facendo fatica a stare in piedi, metaforicamente o anche letteralmente, e tu sai esattamente quali sono i suoi punti deboli, perché continui a fare cose che sai che le faranno male?

Perché continui a premere proprio lì?

Perché continui a chiedere, pretendere, ferire, mettere alla prova, provocare, quando sai che quella persona non ha ancora gli strumenti per attraversare quel dolore senza distruggersi?

È questa la cosa che non riesco a capire.

Perché una cosa è fare del male senza rendersene conto, perché tutti possiamo sbagliare, tutti possiamo essere egoisti, tutti possiamo dire o fare qualcosa che ferisce qualcuno senza averne realmente compreso la portata.

Ma quando sai?

Quando lo sai davvero?

Quando hai davanti una persona e hai capito che è fragile, hai capito dove fa male, hai capito che una determinata cosa la può spezzare e, nonostante questo, scegli comunque di farla?

Lì, io credo che smetta di essere semplicemente un errore.

E diventi una scelta.

E forse è proprio questa la domanda che mi porto dietro stamattina, guardando quella ragazza su un palco, circondata da migliaia di persone, mentre alla fine, nel momento in cui non riesce più a fare quello che tutti pretendono da lei, non trova nessuno e finisce per abbracciarsi da sola.

Quanto deve essere solo un essere umano, per arrivare ad abbracciarsi mentre tutti gli altri stanno guardando?

E soprattutto, quanto dobbiamo essere diventati disumani noi, per riuscire a guardare una cosa del genere e continuare comunque a chiedere qualcosa a quella persona?

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