
Più vivo fuori dall’Italia e più mi rendo conto che ci sono cose che per anni ho considerato normali semplicemente perché ci sono cresciuta dentro, salvo poi scoprire che normali non sono affatto, ma fanno parte di una mentalità che abbiamo interiorizzato al punto da non metterla più in discussione, e una di queste è senza dubbio la famosa “gavetta”.
Perché nel nostro Paese sembra quasi scontato che chi inizia a lavorare debba accettare qualsiasi condizione, qualsiasi stipendio e qualsiasi sacrificio con il sorriso sulle labbra, perché tanto “devi fare esperienza”, una frase che viene ripetuta così tante volte da sembrare una legge naturale e non un’idea costruita nel tempo, come se imparare un mestiere significasse automaticamente rinunciare per anni a una retribuzione dignitosa.
La cosa che trovo ancora più curiosa, però, è che questa convinzione non viene sostenuta soltanto da chi offre certe condizioni economiche, ma anche da tantissime persone che quel lavoro non lo stanno offrendo affatto e che, davanti a uno stipendio oggettivamente insufficiente, invece di chiedersi se sia giusto, rispondono quasi d’istinto che “all’inizio è normale”, dimostrando quanto questa cultura sia ormai radicata ben oltre il mondo delle aziende.
Da quando vivo in Francia mi sto accorgendo che il periodo di formazione esiste anche qui, così come esistono apprendistati e percorsi per imparare un mestiere, ma la differenza è che vengono considerati proprio per quello che sono, cioè un investimento sulla crescita professionale della persona, non una giustificazione per pagare il meno possibile.
Questo non significa che all’estero sia tutto perfetto, perché problemi e situazioni difficili esistono ovunque, ma significa che la gavetta non viene vissuta come una sorta di rito di passaggio obbligatorio fatto di stipendi da fame e sacrifici senza fine, ed è una differenza culturale che, una volta vista, è davvero difficile ignorare.
Forse sarebbe il momento di smettere di confondere la crescita professionale con lo sfruttamento, perché imparare un lavoro è giusto, fare esperienza è indispensabile, ma il valore di una persona non dovrebbe iniziare a esistere soltanto quando qualcun altro decide che la sua gavetta è finalmente finita.
