Quando un lavoro tossico continua a vivere dentro di te anche dopo averlo lasciato

Vent’anni sono un’enormità. Sono abbastanza per costruire una carriera, per creare ricordi, per imparare un mestiere, ma sono anche abbastanza per interiorizzare comportamenti e paure che, quando vivi ogni giorno in un ambiente tossico e invalidante, finiscono per sembrarti normali, fino al punto da non renderti nemmeno conto di quanto abbiano cambiato il tuo modo di vedere te stessa e il mondo che ti circonda.

Pensavo di essermi lasciata tutto alle spalle. Pensavo che cambiare vita, trasferirmi in Francia, ricominciare da zero e respirare finalmente un’aria diversa fosse bastato a chiudere definitivamente quella porta, e invece oggi ho capito che certe ferite non fanno rumore, semplicemente restano lì, silenziose, aspettando il momento in cui qualcosa le farà riaffiorare.

Quel momento è arrivato nel posto più impensabile, mentre ero seduta a mangiare dove lavora Lucrezia. Lei mi ha vista, mi ha salutata con il sorriso e mi ha accompagnata al tavolo, un gesto normalissimo che qualunque figlia farebbe con la propria mamma e che, in un ambiente di lavoro sereno, nessuno considererebbe fuori luogo.

Eppure dentro di me si è acceso immediatamente un campanello d’allarme.

La prima frase che mi è uscita, senza nemmeno pensarci, è stata: «Lu’, ma non è che ti richiamano?».

Lei mi ha guardata quasi sorpresa e mi ha risposto con la semplicità disarmante di chi lavora in un posto sano: «No, qui no».

Due parole.

Due parole che mi hanno fatto capire quanto il mio passato lavorativo continui ancora oggi a condizionare il mio presente.

Mi sono accorta, infatti, che ogni volta che Lucrezia è in una determinata cassa io, quasi automaticamente, scelgo un’altra fila. Non perché qualcuno me lo abbia chiesto, non perché esista una regola che lo vieti e nemmeno perché lei possa davvero avere dei problemi, ma perché dentro di me continua ad abitare quella paura costante di poter dare fastidio, di poter creare una situazione scomoda, di poter essere, in qualche modo, la causa di un rimprovero.

Ed è assurdo rendersene conto.

Perché razionalmente sai perfettamente che non stai facendo nulla di sbagliato, ma il cervello, dopo vent’anni trascorsi in un ambiente dove bastava pochissimo per sentirsi giudicati, colpevolizzati o messi in discussione, continua a reagire come se quel pericolo fosse ancora reale.

Forse è proprio questo l’aspetto più subdolo di un ambiente di lavoro tossico: quando te ne vai credi di aver chiuso un capitolo, ma in realtà una parte di quel luogo continua a vivere dentro di te, trasformandosi in automatismi, paure e sensi di colpa che emergono nei momenti più banali della quotidianità.

Per anni ho pensato che il problema fossi io, che fossi troppo sensibile, troppo ansiosa o semplicemente incapace di affrontare certe situazioni, mentre oggi mi rendo conto che molte di quelle reazioni non appartengono davvero alla mia natura, ma sono il risultato di vent’anni trascorsi a camminare costantemente sulle uova, con il timore di sbagliare anche quando non avevo fatto assolutamente nulla.

La cosa positiva, però, è che oggi l’ho visto.

L’ho riconosciuto.

E riconoscere un trauma, o comunque le conseguenze che ha lasciato, rappresenta sempre il primo passo per impedirgli di continuare a decidere come vivere il presente.

Per questo desidero ringraziare, naturalmente con tutta l’ironia possibile, il mio ex posto di lavoro tossico e invalidante per gli splendidi strascichi psicologici che mi ha lasciato, perché almeno oggi mi ha fatto capire una cosa importante: non sono io quella sbagliata, ero semplicemente finita troppo a lungo nel posto sbagliato.

E forse la vera guarigione inizia proprio quando smetti di dare la colpa a te stessa e inizi finalmente a dare un nome a ciò che hai vissuto.

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