
Wonder Man, ovvero: quella serie Marvel che mi ha fatto compagnia per una sera e poi è uscita dalla mia vita senza salutare
L’ho iniziata una sera qualsiasi, di quelle in cui non hai voglia di impegnarti con un capolavoro, non vuoi piangere, non vuoi pensare, vuoi solo qualcosa che scorra, che ti tenga lì sul divano come una coperta leggera, senza chiederti troppo in cambio.
E in quel momento Wonder Man sembrava perfetta.
Episodi corti, facce note, marchio Marvel che per me è ancora una specie di comfort food emotivo, tipo pizza margherita calda: anche quando non è eccezionale, funziona sempre.
Così ho premuto play senza grandi aspettative, con quell’atteggiamento da “vediamo, al massimo mollo”.
Non ho mollato.
E questa, tecnicamente, sarebbe già una vittoria.
La storia segue Simon Williams, attore un po’ sfigato, un po’ talentuoso, un po’ perso, uno di quelli che vivono appesi ai provini e ai “ti faremo sapere”, che accetta di infilarsi in un remake su questo fantomatico supereroe chiamato Wonder Man, ma invece di ritrovarci dentro l’ennesima epopea Marvel fatta di botte, tute lucide e palazzi che esplodono, ci ritroviamo più che altro dentro Hollywood, dentro i set, dentro gli ego, dentro quella strana tragicommedia che è cercare disperatamente di diventare qualcuno.
Ed è una cosa che sulla carta mi piace da morire.
Perché è meta, è ironica, è auto-consapevole, prende in giro l’industria dello spettacolo, gli attori che si prendono troppo sul serio, l’idea stessa del supereroe come prodotto da vendere.
È più dramedy che cinecomic, più terapia di gruppo che battaglia finale.
E io di solito queste cose me le bevo con la cannuccia.
In più c’è lui, Yahya Abdul-Mateen II, che regge tutto con una faccia che riesce a essere insieme fragile e testarda, e poi Ben Kingsley che torna nei panni di Trevor Slattery e ogni volta che entra in scena sembra lo zio matto che arriva al pranzo di Natale e improvvisamente la tavolata diventa interessante.
Funzionano, dialogano bene, hanno chimica, ti strappano sorrisi veri.
E gli episodi scorrono.
Scorrono davvero.
Non ho mai guardato l’orologio, non ho mai pensato “quanto manca?”, che per me è il test supremo.
Finiva una puntata e partiva la successiva quasi senza accorgermene, come quando dici “ancora cinque minuti” e poi è mezzanotte.
Il problema è che, mentre tutto questo succedeva, io stavo bene… ma solo lì, in quel momento.
Come una chiacchierata carina con qualcuno in treno: simpatica, piacevole, condividi pure un pezzo di biscotto, ma quando scendi non ti ricordi nemmeno il nome.
Nessuna scena che mi abbia fatto fermare il respiro.
Nessun dialogo da screenshot mentale.
Nessun momento da “ok, questa me la porto dietro”.
Solo una lunga, educata, gradevolezza.
Che detta così sembra un complimento, ma non lo è del tutto.
Perché da una serie Marvel io, lo ammetto, pretendo ancora un piccolo trauma emotivo.
Voglio esaltarmi come una ragazzina, voglio il momento in cui butto il telefono lontano e dico “NO VABBÈ”, voglio affezionarmi a qualcuno come se fosse un parente acquisito.
Invece Wonder Man resta sempre nel mezzo: non abbastanza folle per diventare cult, non abbastanza profonda per farti male, non abbastanza spettacolare per lasciarti a bocca aperta.
Sta lì, composta, educata, quasi timida.
E le cose timide, per quanto carine, a me alla fine scivolano addosso.
Quando ho visto l’ultima puntata non ho provato quella malinconia da fine serie, quella sensazione da “e adesso cosa guardo?”, che di solito mi prende fortissimo.
Ho solo spento la TV e sono andata a lavare i piatti.
Come se avessi finito un episodio qualsiasi di una qualunque cosa.
Il giorno dopo ho pensato: “ah già, ieri ho visto Wonder Man”.
Capite il livello di impatto emotivo.
Tipo ricordarsi di aver fatto la lavatrice.
Quindi no, non è brutta.
Non è noiosa.
Non è tempo perso.
È solo… dimenticabile.
Che forse è la cosa più crudele che si possa dire a una storia.
Perché le brutte almeno le odi, le racconti, le critichi con le amiche davanti a un caffè.
Questa invece è passata nella mia vita in punta di piedi, mi ha fatto compagnia per qualche ora, e poi se n’è andata senza neanche chiudere la porta.
Come certi amori tiepidi che non fanno danni ma nemmeno ricordi.
Se l’avete vista, ditemi che non sono l’unica ad aver pensato
“sì, carina… ma boh”.
Così mi sento meno esigente e meno nostalgica della Marvel che mi faceva battere il cuore come sulle montagne russe.
Perché io, lo sapete, dalle storie voglio ancora scendere spettinata, non pettinata bene e composta.
