
Ci sono musei che si visitano seguendo un percorso, e altri che si attraversano come si attraversa un sogno, senza una direzione precisa, lasciandosi guidare da ciò che emerge, da ciò che chiama, da ciò che improvvisamente trattiene lo sguardo più a lungo del previsto.
La licorne, l’étoile et la lune, al Musée de la Chasse et de la Nature di Parigi, appartiene senza esitazione a questa seconda categoria: non una mostra da comprendere in modo lineare, ma un universo simbolico da abitare, stanza dopo stanza, come se ogni spazio fosse una pagina illustrata di un racconto antico che continua a riscriversi nel presente.
Il museo, nascosto nel cuore del Marais, è già di per sé un luogo fuori dal tempo, dove la relazione tra l’essere umano e il mondo animale viene esplorata non attraverso la freddezza della classificazione, ma tramite l’emozione, la memoria, il mito.
In questo contesto, l’intervento degli artisti Florentine e Alexandre Lamarche-Ovize si inserisce con naturalezza, trasformando le sale in un paesaggio mentale dove la licorne, creatura ambigua, fragile e potente, diventa una guida silenziosa, un simbolo che attraversa la storia dell’arte, la letteratura medievale e l’immaginario collettivo.
La mostra si dispiega come una costellazione di opere: ceramiche, disegni, tessuti, paraventi, elementi luminosi e installazioni che dialogano continuamente con le collezioni permanenti del museo, senza mai sovrastarle, ma anzi insinuandosi tra di esse come presenze discrete, quasi sussurrate. L’unicorno non è mai urlato, mai spettacolare nel senso più immediato del termine, ma appare e scompare, suggerito più che mostrato, evocato attraverso forme ibride che oscillano tra il mondo naturale e quello fantastico.
Accanto alla licorne, l’étoile e la lune ampliano ulteriormente l’orizzonte simbolico della mostra, introducendo una dimensione cosmica che invita a sollevare lo sguardo, a pensare la natura non solo come spazio terrestre, ma come parte di un sistema più vasto, ciclico, misterioso. Le stelle e la luna diventano così segni di orientamento, riferimenti poetici che parlano di tempo, di trasformazione, di continuità tra il visibile e l’invisibile.
Ciò che rende La licorne, l’étoile et la lune particolarmente riuscita è la sua capacità di non imporre un’unica chiave di lettura: ogni visitatore è libero di costruire il proprio racconto, di fermarsi su un dettaglio, su una texture, su un colore, lasciando che l’esperienza si formi lentamente, come accade quando si cammina in un bosco senza una meta precisa. È una mostra che chiede tempo, attenzione e una certa disponibilità all’ascolto, perché è proprio nel silenzio e nella lentezza che il suo linguaggio si rivela.
In questo senso, la presenza al museo dell’installazione La Licorne di Joan Fontcuberta, concepita come un moderno cabinet de curiosités, aggiunge un ulteriore livello di riflessione, mettendo in discussione il confine tra realtà e finzione, tra documento e invenzione, ricordandoci quanto il nostro bisogno di credere alle storie sia ancora profondamente radicato.
Visitare questa mostra significa quindi accettare di perdersi un po’, di abbandonare l’idea di una fruizione rapida e informativa, per entrare invece in una dimensione più intima e sensoriale, dove mito, arte contemporanea e natura si intrecciano fino a diventare indistinguibili. La licorne, l’étoile et la lune non offre risposte, ma apre spazi, e forse è proprio questo il suo gesto più radicale: ricordarci che l’immaginazione, oggi più che mai, è un territorio da attraversare con cura.
