
C’è una cosa che sui social continua a lasciarmi perplessa ed è questa ossessione collettiva per la finta discrezione, per il bisogno di pubblicare qualunque cosa facendo però i misteriosi, come se si fosse stati improvvisamente reclutati dagli Avengers e costretti a mantenere il segreto di Stato su una missione che, nella realtà dei fatti, non prevede né superpoteri né il destino del mondo in gioco, ma al massimo un treno preso al volo o una trasferta che non ha nulla di epico.
Perché diciamolo chiaramente e senza troppi giri di parole: se pubblichi sui social, non sei discreto, punto. Non lo sei quando carichi la story con la foto volutamente anonima, non lo sei quando lasci frasi a metà sperando che qualcuno abbocchi e ti scriva in privato per chiederti spiegazioni, perché quella non è riservatezza, è solo una richiesta di attenzione fatta con più ipocrisia del solito.
La discrezione vera è una cosa molto meno affascinante, molto meno instagrammabile e soprattutto molto più coerente: non pubblichi nulla, non alludi, non suggerisci, non giochi a fare il vago, non ti metti in posa da agente segreto con lo smartphone in mano e la connessione dati attiva, perché se davvero fossi in missione segreta, la prima regola sarebbe spegnere il telefono, non aprire Instagram.
E invece no, sui social va di moda questo teatrino patetico fatto di skyline senza nome, sedili d’auto, bicchieri sfocati, emoji ammiccanti e caption che sembrano uscite da un briefing dello S.H.I.E.L.D., come se qualcuno fosse davvero lì a monitorare i movimenti, a ricostruire itinerari, a interrogarsi su dove diamine tu sia finito, quando la verità, quella che fa male all’ego, è che non gliene frega niente a nessuno.
Il punto è che non si regge più l’idea di essere normali, di dire semplicemente “sono a Milano per lavoro”, “sono fuori città”, “sono in viaggio”, perché la normalità non dà abbastanza dopamina, non fa abbastanza visualizzazioni, non alimenta quel senso di importanza che molti cercano disperatamente sui social, e allora si preferisce indossare il costume degli Avengers, senza Iron Man, senza Thor, senza Hulk, ma con una convinzione incrollabile di essere protagonisti di qualcosa di grande, misterioso e riservato.
Ma fare i vaghi non è essere riservati, è voler sembrare importanti senza avere il coraggio di esporsi davvero, è dire guardatemi fingendo di dire non guardatemi, è esibire perfino il silenzio pur di restare al centro dell’attenzione, ed è una contraddizione talmente evidente che fa quasi sorridere, se non fosse che dopo l’ennesima story criptica viene solo voglia di sospirare e passare oltre.
Alla fine questa finta discrezione è solo teatro social, una recita stanca e ripetitiva, fatta di non-detti urlati e misteri che non sono misteri, ma solo il tentativo disperato di sentirsi speciali in un posto dove tutti cercano di esserlo, spesso senza riuscirci.
Perché la verità, quella che non piace a nessuno, è che la discrezione non si annuncia, non si racconta e non si gioca: si pratica, in silenzio, senza pubblico, senza stories e senza bisogno di sembrare un Avengers, soprattutto quando Avengers non lo sei.

Non hai citato il caso più frequente e plateale di finta discrezione: le persone (generalmente di sesso femminile) che escono a cena con qualcuno, e invece di inquadrarlo tutto si limitano a fotografare il suo piatto con le mani intorno. Come hai detto tu, il vero obiettivo di queste foto con la testa tagliata non è mantenere la riservatezza sul proprio flirt (altrimenti non avrebbero pubblicato neanche quella foto), anzi è l’esatto opposto, ovvero scatenare la curiosità dei propri conoscenti sull’identità di questa nuova fiamma. Chissà come si eccitano queste persone a vedere che dopo aver pubblicato le foto delle mani ricevono una valanga di messaggi del tipo “Chi è il fortunato?”. Avevi fatto caso a questa tendenza tipica di Instagram?
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