
L’ho visto su Disney+, a casa, senza fretta e senza aspettative particolari, e credo che questa cosa conti più di quanto sembri, perché Tron: Ares è uno di quei film che non ti chiedono di essere accolti come un evento, ma piuttosto di essere attraversati con calma, lasciandoti addosso una sensazione che non si chiarisce subito e che, anzi, resta volutamente ambigua, un po’ sospesa tra ciò che ti cattura immediatamente e ciò che rimane a vagare nella testa anche dopo che lo schermo è diventato nero. Non è un film che ti prende allo stomaco, né uno che ti respinge, e forse è proprio questo il punto: scorre davanti ai tuoi occhi, ti accompagna, ti tiene lì senza mai perdere davvero la tua attenzione, ma allo stesso tempo mantiene una distanza precisa, come se non volesse mai concedersi del tutto, come se ti dicesse che non è lì per emozionarti nel modo più facile, che il suo compito non è trascinarti dentro un mondo fantastico e avventuroso, ma portarti a osservare, a riflettere, a sentire quella tensione sottile tra controllo e libertà che attraversa ogni frame.
Visivamente è Tron, e lo è senza esitazioni, con un’estetica che non ha bisogno di compromessi, perché il neon, le superfici lisce, il digitale che invade il reale funzionano perfettamente anche sullo schermo di casa, e forse addirittura meglio, perché puoi soffermarti sui dettagli, sulle geometrie, sulla precisione quasi chirurgica delle inquadrature, su quell’equilibrio costante tra luce e ombra, tra ordine e caos, che sembra più importante della storia stessa, che accompagna lo sguardo e lo cattura anche quando la trama procede lentamente, come se il film ti stesse dicendo: guarda prima di capire, senti prima di decidere.
E a proposito della trama, è qui che la distanza emotiva diventa più evidente. Ares non è pensato per conquistarti, non cerca la tua empatia e non è costruito per risultare simpatico o rassicurante, ma resta una presenza silenziosa, rigida, quasi aliena, che attraversa il mondo umano come se lo stesse studiando dall’esterno, osservandolo, misurandolo, interrogandosi sulle sue regole e sul suo senso, e l’idea che un programma inizi a interrogarsi su cosa significhi esistere è forte, attuale, perfettamente coerente con il nostro presente, ma il film la tratta con una freddezza calcolata, un controllo tale da non permettere mai a quell’idea di diventare davvero emotiva, lasciandola sempre sospesa tra concetto e esperienza, come se non volesse mai cadere nel facile sentimentalismo.
Guardandolo a casa, senza distrazioni, questa distanza si percepisce ancora di più. La storia procede in modo lineare, senza strappi o sorprese improvvise, e molte delle intuizioni più interessanti restano sullo sfondo, accennate, suggerite, come se il film preferisse seminare domande piuttosto che dare risposte definitive, lasciandoti con quella sensazione che avrebbe potuto osare di più, spingersi oltre, rischiare qualcosa sul piano emotivo, ma che invece sceglie di mantenere un equilibrio delicato tra provocazione e contemplazione.
Ed è probabilmente questo il motivo per cui Tron: Ares ha diviso così tanto, perché non cerca di incontrare lo spettatore a metà strada, ma pretende che sia lo spettatore a fare uno sforzo, a entrare nel suo ritmo, nel suo tono, nella sua freddezza controllata, e chi cercava azione, spettacolo continuo o un ritorno pieno al Grid probabilmente non ha trovato ciò che sperava, mentre chi ama le atmosfere, le idee lasciate sospese, la fantascienza che non urla ma sussurra, chi ama un film che ti fa pensare più che emozionare, ha potuto apprezzarne la coerenza e la precisione, soprattutto in una visione domestica, calma, intima, dove ogni dettaglio può essere osservato, metabolizzato, assorbito lentamente.
Quando è finito, seduta sul divano di casa, non ho provato entusiasmo né delusione, ma quella sensazione sottile che ti resta addosso quando un film non ti ha convinto del tutto ma nemmeno ti ha lasciato indifferente, e che spesso è più difficile da scrollarsi di dosso.
Forse Tron: Ares non è il film che molti speravano di vedere.
Ma forse è esattamente il film che non ha mai cercato di essere diverso da quello che è, e forse è anche il film che ci ricorda che le domande più importanti non finiscono con i titoli di coda, ma continuano a camminare con noi, silenziose e insistenti, mentre spegniamo la tv e torniamo alla nostra vita quotidiana.
