Frankenstein su Netflix: il film di Guillermo del Toro visto durante un’insonnia

Ero a letto, in una di quelle notti in cui il sonno non arriva, la testa non si spegne e il corpo è stanco ma il cervello continua imperterrito a fare rumore, così alla fine ho fatto la cosa più semplice e più pigra possibile: ho aperto Netflix.

Scorro senza convinzione finché mi compare davanti Frankenstein, guardo la durata  (due ore e mezza) e penso, con quella rassegnazione tipica dell’insonnia: “Va beh, spariamoci 2 ore e mezza di film” 😅, tanto ormai dormire non è nei piani.

Non parto con aspettative altissime, né con l’atteggiamento di chi si prepara a un evento cinematografico, ma più con l’idea di riempire il tempo e tenermi occupata mentre la notte passa, e invece mi ritrovo dentro un film che chiede attenzione, tempo e anche una certa disponibilità emotiva.

Il Frankenstein di Guillermo del Toro non è un horror classico e non cerca lo spavento facile, ma prende una storia che conosciamo tutti e la carica di umanità, dolore e silenzi che pesano più delle parole, rendendo impossibile guardarlo distrattamente mentre si scorre il telefono.

Il ritmo è lento, e sì, quelle due ore e mezza a tratti si sentono, soprattutto se non sei dell’umore giusto, ma è una lentezza consapevole, che serve a costruire una scelta precisa: la Creatura non è il mostro, è la conseguenza diretta di un’ambizione smisurata e di un ego che crea senza voler sostenere il peso delle proprie azioni.

Jacob Elordi sorprende perché riesce a rendere fragile, spaesata e profondamente umana una creatura che nasce già rifiutata dal mondo, mentre Oscar Isaac interpreta un Victor Frankenstein inquieto, ossessionato e incapace di assumersi davvero la responsabilità di ciò che ha fatto, e qui del Toro è chiarissimo: il vero orrore non è chi nasce diverso, ma chi crea e poi scappa.

Visivamente il film è potente, gotico, quasi pittorico, forse persino troppo elegante per qualcuno, troppo “pulito”, ma personalmente l’ho trovato coerente, perché racconta un dolore che non urla, non sporca e non fa rumore, ma entra piano e resta.

Non è un film perfetto, non è nemmeno il miglior Guillermo del Toro in assoluto, ma guardato di notte, con l’insonnia addosso e la testa già piena di pensieri, funziona fin troppo bene, perché parla di solitudine, di rifiuto e di quella sensazione di essere fuori posto in un mondo che non ti ha mai chiesto se volevi davvero esserci.

Io l’ho finito senza rendermi conto dell’orario, il sonno è arrivato solo dopo, mentre la Creatura, in qualche modo, mi era già rimasta addosso più del previsto.

Forse è questo il punto di questo Frankenstein su Netflix: non spaventa, non urla, non intrattiene e basta, ma ti guarda e, senza dirlo, ti chiede cosa saresti diventato tu, se fossi nato così, gettato nel mondo senza istruzioni e senza qualcuno disposto a prendersi davvero la responsabilità di averti creato.

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