
C’è una frase che torna ciclicamente, come l’influenza a gennaio o le discussioni sui pandori: “L’America Latina è il cortile di casa degli Stati Uniti”.
Una frase scomoda, arrogante, colonialista. Eppure, l’altra notte, mentre il Venezuela veniva bombardato, quella frase non sembrava più una provocazione ideologica, ma una descrizione piuttosto fedele della realtà.
Io, lo ammetto, amo documentarmi. Così, dopo aver visto in TV i vari programmi che parlavano del bombardamento, non ho resistito: sono andata a “sfruculiare” nel passato, tra vecchi articoli, documenti storici e cronache di altri interventi. E il quadro che ne è venuto fuori è tutt’altro che rassicurante.
Perché sì, possiamo girarci intorno quanto vogliamo, parlare di sicurezza, narcotraffico, stabilità regionale, difesa della democrazia. Ma alla fine il copione è sempre lo stesso. E ha un nome preciso: Dottrina Monroe.
1823: “L’America agli americani” (ma decide Washington)
La Dottrina Monroe nasce nel 1823 con un’intenzione ufficialmente nobile: tenere le potenze europee lontane dal continente americano.
Tradotto: “Europa, non rompere, qui ci pensiamo noi”.
Il problema è che quel “noi” non ha mai incluso davvero l’America Latina.
Non il Venezuela, non Cuba, non il Nicaragua.
Solo Washington.
Da quel momento in poi, ogni governo latinoamericano che ha provato a fare di testa propria è diventato improvvisamente:
una minaccia,
un problema,
un regime,
un pericolo per la sicurezza internazionale.
Coincidenze? Certo. Come le bombe che cadono sempre negli stessi posti.
Dal petrolio a Chávez: il Venezuela non ha mai smesso di dare fastidio
Il Venezuela non è mai stato un Paese “qualunque”.
Petrolio a volontà, posizione strategica, e (dettaglio non trascurabile) governi che a un certo punto hanno deciso di non inginocchiarsi automaticamente davanti agli Stati Uniti.
Con Chávez prima e Maduro poi, il Paese ha fatto la cosa peggiore possibile nel manuale non scritto della Dottrina Monroe:
stringere alleanze alternative (Russia, Cina, Cuba) e parlare apertamente di sovranità.
Apriti cielo.
Prima arrivano le sanzioni.
Poi l’isolamento.
Poi l’opposizione “buona”.
E quando tutto questo non basta… arrivano gli aerei.
2026: la Dottrina Monroe non è morta, si è solo aggiornata
Il bombardamento ordinato da Trump non è un fulmine a ciel sereno.
È il punto finale, o forse solo l’ennesimo capitolo, di una logica che va avanti da due secoli.
Non si chiama più colonialismo.
Ora si chiama:
sicurezza,
stabilità,
ordine internazionale,
lotta al crimine.
Ma il messaggio è sempre lo stesso:
👉 nel “cortile” si fa come diciamo noi.
Se il governo non piace, si cambia.
Se resiste, si punisce.
Se non basta, si bombarda.
Il diritto internazionale? Un optional
Naturalmente tutto questo avviene sempre “nel rispetto delle regole”.
Quelle regole che valgono per gli altri, mai per chi le scrive.
Perché se un Paese qualsiasi bombardasse un altro Stato sovrano, si parlerebbe di aggressione.
Se lo fanno gli Stati Uniti, diventa una “operazione”.
Il linguaggio salva le coscienze, non le vite.
La vera domanda: dove arriveremo?
Oggi è il Venezuela.
Ieri era l’Iraq.
L’altro ieri l’Afghanistan.
La Dottrina Monroe non è un pezzo di storia polveroso da manuale scolastico:
è una mentalità, ed è più viva che mai.
La domanda non è se questa logica continuerà.
La domanda è: quanto ancora il mondo accetterà l’idea che esistano cortili, padroni e popoli da “rimettere in ordine” a colpi di bombe.
Perché finché qualcuno si sentirà il proprietario del quartiere, qualcun altro sarà sempre solo un ospite… o un bersaglio.
