
Caro Husketto mio,
sono passati tanti anni ormai, dal 2014. Eppure, ogni volta che chiudo gli occhi, ti rivedo lì con quello sguardo fiero e buono insieme, il muso che s’inclina come per dire “tranquilla, ci penso io”. Ti scrivo perché certe presenze non se ne vanno mai davvero. Restano nei respiri, nei silenzi, nei ricordi che non si cancellano nemmeno con il tempo.
Quando tutti mi avevano lasciata sola, con la pancia che cresceva e il mondo che sembrava rimpicciolirsi intorno a me, tu eri lì. Ti sedevi accanto, annusavi piano quel mistero che stava crescendo dentro di me e poi, con la delicatezza che solo un’anima antica può avere, leccavi la mia pancia come a dire: “Non sei sola, ci siamo io e lei, e tanto basta.” In quei momenti, il mondo esterno spariva: c’era solo il silenzio di due cuori che si comprendevano senza parole, e tu eri la mia certezza.
Quando poi Lu’ è arrivata a casa, ti sei preso un altro compito: il suo guardiano. Ti sdraiavi accanto alla carrozzina, con l’orecchio teso e il naso che ogni tanto la sfiorava, come a controllare che respirasse. Ogni tuo respiro sembrava dire: “Sto attento a lei, sto attento a voi”. Io ti guardavo, con le lacrime agli occhi, e sentivo che la famiglia vera non si sceglie: si trova. E noi ci siamo trovati.
E poi ricordo quel giorno, quello che nessuno dimentica: il terremoto del 2009. Io non avevo capito niente, ma tu sì. Hai afferrato la manica del mio pigiama con i denti, tirando con forza, trascinandomi verso il lettino di Lu’. Non avevi bisogno di parole: mi stavi gridando che dovevo prenderla e proteggerla. Ho sentito la tua energia travolgente guidarmi, e in quell’attimo ho capito che l’amore non ha voce, ma agisce.
Poi arrivò la malattia, e con lei le notti interminabili di agosto. Ricordo il caldo che si attaccava al balcone, tu accucciato accanto a me, il tuo respiro che diventava il mio respiro, il tuo corpo il mio sostegno. Piangevo, ti imploravo di non mollare, di restare ancora un po’, di non lasciarmi sola. E tu, con la pazienza infinita e lo sguardo pieno di saggezza, mi ascoltavi. Sentivo la tua forza che mi attraversava, mi dava coraggio, mentre il tuo corpo si affievoliva lentamente. Ogni tocco del tuo muso, ogni tremito delle zampe, era un ricordo della tua vita e dell’amore che mi donavi senza riserve.
Hai condiviso con me la paura, la maternità, la solitudine, la malattia, la rinascita. Ogni scossa del cuore, ogni lacrima, ogni notte insonne sul balcone ha inciso nel mio spirito il segno indelebile del nostro legame. E ogni volta che la vita diventava pesante, bastava il ricordo del tuo passo leggero sul pavimento, il calore del tuo corpo vicino al mio, la tua presenza silenziosa per ricordarmi che non ero sola, che non tutto era perduto.
Oggi non ci sei più, ma non riesco a dire che te ne sei andato. Sei rimasto in ogni carezza che do, in ogni sorriso che rivolgo a Lu’ quando la vedo forte, sensibile, e forse un po’ coraggiosa come te. Sei rimasto in quel pezzo di cuore che non si rassegna, che continua a ringraziarti ogni giorno per avermi salvata, più di una volta, in modi che nemmeno tu potevi immaginare.
Eri e sarai sempre un pezzo del mio cuore.
Il mio compagno silenzioso, la mia forza nei momenti più bui, il mio primo grande amore incondizionato.
Grazie per avermi scelta,
e per avermi insegnato cosa significa essere davvero amati.
Adesso, ogni volta che alzo gli occhi al cielo e vedo una stella che brilla un po’ più delle altre, so che sei tu.
Che corri tra le nuvole, libero come sempre, ma con un orecchio teso verso di noi.
E allora, nel silenzio della notte, ti sento ancora…
un ultimo bau tra le stelle. 🌟🐾
