
Visitare una mostra di Picasso è un po’ come andare a cena da un amico che cucina divinamente ma non si decide mai su cosa preparare: ti serve antipasti francesi, tapas spagnole, e a metà pasto tira fuori un ramen fatto in casa. Caos? No. Genio.
Picasso, del resto, è questo: un artista che non si lascia mai rinchiudere in una cornice (né dorata, né minimal). E la mostra Picasso. Il linguaggio delle idee ce lo ricorda con più di cento opere, sparse in sei sezioni che assomigliano a sei capitoli di un romanzo infinito.
Una vita tra amori, amici e musei
La narrazione inizia con il Picasso giovane che, sbarcato in Italia nel 1917, viene accolto dai futuristi con un’alzata di sopracciglio e un “dai, provaci anche tu”. In quel viaggio incontra Olga Khokhlova, futura moglie e musa di un periodo più “borghese” (ma solo in apparenza). A Roma, Napoli e Pompei raccoglie suggestioni che lo riportano al Classicismo dopo gli anni cubisti, perché Picasso non sopportava neanche se stesso quando rischiava di ripetersi.
Accanto ai suoi lavori troviamo quelli di amici e compagni di avventure bohémien, come Fernande Olivier – la compagna del periodo parigino povero ma bello (più povero che bello, a dire il vero) – e Ángel Fernández de Soto, con cui condivideva studio e serate in bordelli spagnoli. Perché sì, anche i geni vanno in posti discutibili, ma poi li trasformano in arte.
Donne, Arlecchini e clown malinconici
La prima sezione mette subito le cose in chiaro: Picasso lo si racconta spesso attraverso le sue donne. Amanti, mogli, muse, complici, ribelli. François Gilot fu l’unica a lasciarlo lei, e questo dice tutto. Ma non ci sono solo i volti femminili: c’è anche Arlecchino, eterno alter ego dell’artista, che ritorna dai primi anni blu e rosa fino ai decenni successivi. Triste, ironico, solitario: un po’ come Picasso stesso davanti all’idea di fermarsi su un solo stile.
Linoleum: quando il genio incontra il bricolage
Poi c’è il capitolo tecnico, quello dei linoleum. Qui Picasso si diverte con sgorbie e lastre morbide, trovando un modo fresco e diretto di incidere. A Vallauris, con il tipografo Arnèra, trasforma persino i manifesti delle sue mostre in esercizi cubisti: praticamente anticipa l’arte pop senza chiamarla tale.
Balletti, sipari e un cappello a tre punte
Nel percorso non manca il Picasso scenografo, quello che con i Balletti Russi di Diaghilev disegna costumi e scenografie. Nasce così Le Tricorne, balletto dal sapore spagnolo con colori mediterranei e invenzioni teatrali che sembrano uscire da un carnevale visionario. Sullo sfondo, il suo amore per Olga Khokhlova, che da ballerina diventa compagna di vita.
La Côte d’Azur e la joie de vivre
Dalla Spagna alla Francia, la mostra ci porta poi negli anni della Costa Azzurra. Qui Picasso si fa ritrarre dagli amici fotografi Edward Quinn e André Villers: immagini che mescolano vita privata e lavoro, passeggiate e tele, famiglia e mostre. È il Picasso più intimo, quello che invecchia con leggerezza ma non smette di sperimentare.
Il taccuino dell’adolescente
Piccola chicca: il Carnet de La Coruña, con i disegni dei suoi 13-14 anni. Guardarli è come spiare i quaderni di scuola di un compagno di classe che già allora sapevi sarebbe diventato “qualcuno”.
Ceramiche e arti minori (che minori non sono mai)
Chiude il percorso la sezione dedicata alla ceramica, scoperta quasi per caso a Vallauris nel 1946. Picasso ci mette dentro corride, animali, scene di vita quotidiana, trasformando vasi e piatti in tele alternative. Non c’è gerarchia nei suoi strumenti: lino, carta, argilla… tutto diventa linguaggio.
Perché andarci
Picasso. Il linguaggio delle idee non è solo una mostra di opere celebri. È un viaggio tra le relazioni, le amicizie, le tecniche e le fughe di un uomo che si è sempre rifiutato di fare “la stessa cosa due volte”. È un catalogo vivo delle sue infinite possibilità.
Uscirete con una certezza: Picasso non ha mai avuto un solo linguaggio. Ha avuto l’alfabeto intero, e pure qualche vocale inventata di suo.
