
Ogni volta che racconto che Lucrezia sta lavorando come Cast Member in un Hotel Disney, alle colazioni, vedo quella faccia: un misto tra “ah, capisco” e “e quindi?”. Sì, proprio quella smorfia che dice: “Ah, tutto qua? E va beh…”. Ecco, lasciatemi dire una cosa: non avete capito un tubo.
Perché a 18 anni, mia figlia non sta solo distribuendo cornetti e caffè. Lei si è candidata autonomamente per questa posizione sul sito Disney Careers, ha compilato moduli, scritto lettere di motivazione, affrontato colloqui e scelto consapevolmente questa esperienza. Non le è stata data quella mansione. Ha scelto lei di mettersi in gioco.
E la sfida non è da poco: ci sono ragazzi arrivati dall’altro capo del mondo, affrontando viaggi di 19 ore, che lavorano come camerieri nei ristoranti all’interno di Disneyland. Immaginate il coraggio, la determinazione e la resilienza necessari per fare tutto questo in un Paese straniero, lontani da casa.
E poi c’è questo vizio provinciale, incredibilmente radicato: sminuire alcuni lavori come cameriera, barman, addetta alle pulizie. Come se il mondo fosse fatto solo di dirigenti con cravatta e startup milionarie. Vi dico una cosa: ogni lavoro ha dignità, ogni lavoro è fondamentale. E se non ci fosse chi sta alle colazioni, chi sistema le stanze, chi prepara un drink al bancone… beh, i parchi Disney sarebbero un caos totale, e la magia? Sparirebbe in un secondo.
Credo sia una forma di ignoranza un po’ tutta italiana, un po’ tutta provinciale. Nelle città grandi forse si capisce meglio: chiunque abbia vissuto fuori sa quanto sia difficile muoversi, adattarsi, lavorare lontano da casa. Ma nelle piccole realtà, dove tutti ti conoscono e sanno tutto di tutti, c’è ancora questa strana tendenza a guardare dall’alto verso il basso chi fa lavori considerati “normali”.
Io vi dico: non sottovalutate mai un lavoro, né chi lo fa. Perché dietro ogni uniforme c’è una storia, una fatica, un percorso di crescita. E se a 18 anni qualcuno sceglie di farlo da sola in un Paese straniero, meritano più di un sorriso di circostanza. Meritano rispetto, e un applauso gigante.
Quindi sì, Lucrezia sta alle colazioni. Ma vi assicuro: non è “solo” fare le colazioni. È scegliere, mettersi in gioco, imparare a vivere, e non c’è niente di più grande di questo.
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