
Ci sono libri che ti piacciono e basta. Poi ci sono quelli che ti cambiano. Io li chiamo “i libri graffio”: non si limitano a passare, ma lasciano un segno, ti spostano un po’ più in là di dove eri prima.
Uno di questi, per me, è stato Follia di Patrick McGrath.
Non è una lettura leggera, e non è nemmeno quel tipo di romanzo che ti regala frasi da mettere su Instagram con lo sfondo del tramonto. Follia è un vortice di ossessioni, desideri, distruzione e passioni talmente contorte da farti venire voglia di chiudere il libro… e poi riaprirlo subito dopo, perché ne sei irrimediabilmente catturata.
L’ho conosciuto quasi per caso e da quel momento ho deciso che McGrath doveva entrare di diritto nella mia libreria, ma soprattutto nella mia testa. Perché i suoi romanzi hanno questa caratteristica: non sono “comodi”. Sono disturbanti, inquieti, a volte sgradevoli. Ma è proprio lì che scatta la magia.
McGrath sa scavare dentro i personaggi (e quindi dentro di te) con una precisione chirurgica. Non ti risparmia nulla: le ombre, le crepe, i desideri più inconfessabili. E io credo che la letteratura, quella che resta, debba fare proprio questo: non accarezzarti, ma scompigliarti.
Dopo Follia ho continuato a leggere altri suoi libri, come una specie di dipendenza: volevo capire se fosse stato un colpo di fulmine isolato o un amore destinato a durare. E posso dirlo: McGrath non tradisce. È uno di quegli autori che sai già ti farà male, ma scegli consapevolmente di farti colpire ancora.
Ecco perché Follia è uno dei miei libri del cuore. Non perché sia “piacevole”, ma perché ha fatto quello che ogni grande libro dovrebbe fare: sporcarmi, scuotermi, e restare.
