
Ci sono film che ti catturano anche solo perché promettono di raccontare una storia vera (o almeno venduta come tale). Io, che per le storie vere ho un debole quasi patologico, mi sono avvicinata a Priscilla con aspettative alte: Sofia Coppola alla regia, la leggenda di Elvis sullo sfondo, e una ragazza che da quattordicenne ingenua diventa l’icona che tutti conosciamo. Ingredienti perfetti, no?
E invece, lo ammetto senza troppi giri di parole: non mi ha conquistata.
La prospettiva di Priscilla avrebbe dovuto essere la vera svolta: la ragazza che si innamora della star, che entra in una gabbia dorata fatta di luci, solitudine e regole imposte. Un punto di vista femminile, delicato e soffocato al tempo stesso. Eppure, a guardarlo sullo schermo, mi è sembrato più un esercizio di stile che un racconto che arriva allo stomaco.
Sofia Coppola è bravissima a costruire atmosfere rarefatte, sospese, quasi oniriche. Ma qui il rischio è stato quello di trasformare Priscilla in una bambolina di porcellana che attraversa stanze bellissime senza mai davvero sporcarsi le mani con la realtà.
Jacob Elordi come Elvis è affascinante e inquietante al punto giusto: gigante ingombrante, a volte tenero, più spesso tossico. Però non basta. Il film ci lascia la sensazione di un’ombra che inghiotte tutto, senza regalarci davvero uno sguardo nuovo su di lui né, paradossalmente, su di lei.
Non fraintendetemi: Priscilla è elegante, ben girato, e Cailee Spaeny è bravissima (la Coppa Volpi a Venezia non è caduta a caso). Ma se devo essere sincera, io cerco altro da un film tratto da una vita vera. Voglio emozione, contraddizione, voglio sentire il peso dei compromessi e delle scelte. Qui, invece, ho visto più estetica che carne viva.
Forse è questo il punto: non basta che una storia sia “vera” perché arrivi a chi la guarda. Serve che la verità venga restituita con tutta la sua imperfezione. E qui, almeno per me, è mancato proprio quel guizzo.
Priscilla è un film che piacerà a chi ama le atmosfere rarefatte e i dettagli curati di Sofia Coppola. Io, invece, l’ho trovato un po’ troppo distante, come se avessi guardato una bella vetrina senza mai entrare davvero nel negozio.
Però forse è giusto così: dopotutto, la vita di Elvis e Priscilla era un po’ questo. Una facciata scintillante, dietro cui si nascondeva un’inquietudine che difficilmente il cinema potrà mai catturare fino in fondo.
